di Ferdinando Di Dato
Riassunto
Nel saggio si osservano e si analizzano, attraverso la formazione intellettuale di Francesco De Sanctis, le peculiarità della politica e delle elezioni nel Mezzogiorno d’Italia dopo l’unificazione nazionale. Si tratta di riflessioni che si aprono alla biografia intellettuale dell’Irpino, senza cui è impossibile comprendere, all’interno di un conflitto interminabile, l’apertura di una vita pubblica di dimensioni mai conosciute. Ed è grazie alle riflessioni di intellettuali, come De Sanctis, che seppero interpretare le nuove aspirazioni politiche, economiche e sociali, se il nuovo Stato unitario riuscì a sprovincializzare e a migliorare la cultura politica.

Parole chiave: politica, elezioni, ballottaggio, Irpinia, Stato unitario, notabili, rinnovamento culturale, libertà, corruzione.

Un viaggio elettorale è lo scritto di Francesco De Sanctis, insieme alla Giovinezza (De Sanctis, 2017) e agli Epistolari, in cui si può meglio cogliere il rapporto tra le sue vicende biografiche e la sua formazione culturale e politica (cfr. Barra, 2021). C’è un forte e inscindibile legame tra cultura, letteratura e politica in De Sanctis fin dagli anni della sua formazione giovanile ed è per questa peculiarità che la sua biografia è originale, forse in parte paragonabile solo a quella di Vincenzo Cuoco. Bisogna dire che i suoi studi sono sempre strettamente collegati alla sua vicenda biografica e alle sue esperienze politiche, che vanno dalle peregrinazioni fra Zurigo e l’Italia, alle battaglie per l’unità nazionale, per poi arrivare all’attività parlamentare e ministeriale tra la Destra (ministro 1861 e 1862) e la Sinistra storica (ministro 1878 e 1879-80). Un viaggio elettorale e La Giovinezza, dunque, rappresentano, nei fatti, un’endiadi fondamentale per la ricostruzione della personalità dell’intellettuale irpino e delle sue esperienze politiche. De Sanctis in queste sue opere ripercorre, attraverso il ricordo, i momenti topici della sua vita, riesaminandoli in modo critico e oggettivo. I testi poi sono stesi sempre con un periodare giornalistico: scorrevole, lineare, efficace.
Tentare di distinguere un testo di memorie da un’autobiografia non è un’impresa facile; tuttavia, su questa strada, si era già incamminato Benedetto Croce, che nel 1915, nelle prime pagine del Contributo alla critica di me stesso, definì memorie quelle

cronache della nostra vita e di quella degli uomini coi quali abbiamo collaborato o che sono stati da noi osservati e conosciuti, e degli avvenimenti ai quali abbiamo partecipato; e si scrivono quando si reputa di poter serbare ai posteri alcune importanti notizie che altrimenti andrebbero perdute (Croce, 1989: 13).

Il Croce fornisce nel suo scritto L’autobiografia come storia e la storia come autobiografia (1941), in cui delinea l’idea di un’identità tra il fare storia e le ricostruzioni autobiografiche,una suggestiva definizione del concetto di autobiografia, intesa come

determinazione e qualificazione e resoconto della propria vita passata, la quale non è poi altro che l’opera che si è lavorata, azione e opera personale solo in quanto di necessità è nata da una collaborazione col tutto nel tutto (Croce, 1951: 481).

In ogni caso, i memoriali e le autobiografie rappresentano delle fonti importanti per lo storico, sia per la ricostruzione biografica del personaggio sia per far evincere il contesto socio-economico e politico che muoveva i personaggi stessi.
Un viaggio elettorale di Francesco De Sanctis fu pubblicato a puntate, tra il febbraio e il giugno 1875, sulla Gazzetta di Torino e ristampato in un solo volume nel 1876 dall’editore Morano di Napoli, con l’aggiunta in apertura di una dedica “Ai miei nuovi e vecchi elettori” (De Sanctis, 1968: 5). Il testo nacque dall’esigenza di ricordare la difficile esperienza elettorale del ballottaggio del 1875. Per poter avere un contatto diretto con i suoi elettori e per poter sperare di ottenere nuovi voti, decisivi per la vittoria, De Sanctis dovette affrontare un lungo viaggio per i tortuosi sentieri dell’Irpinia, imbattendosi con una realtà sociale legata ancora ad antiche e persistenti convinzioni, ben radicate nella mentalità locale, e che erano ancora lontane da qualsiasi idea di progresso. Un tessuto sociale insomma dove vi erano politici dalla dubbia serietà che gestivano e si spartivano “la cosa pubblica” come se fosse stata di loro proprietà.

E pensavo pure: qui non c’è politica, o piuttosto politica c’è, ma è nome senza sostanza, pretesto di altri interessi e di altre passioni. E tanto meglio; la politica spesso guasta, e ti crea una materia artificiale. Qui è un mondo quasi ancora primitivo, rozzo e plebeo, pure illuminato da nobili caratteri e da gente semplice, riprodotto con sincere e vive impressioni da un uomo che andava lì a riconquistare la sua patria (Ibid.: 19).

Il libro, dunque, presenta vari motivi, che confluiscono in un’opera che sembra rappresentare un unicum nella storia della nostra letteratura. La campagna elettorale nel collegio elettorale di Lacedonia ha rappresentato per il De Sanctis non solo un’esperienza politica, ma soprattutto morale. Di questa esperienza, egli sentì il bisogno di fare un bilancio, che potesse essere da insegnamento per sé e per gli altri. Il Viaggio elettorale, pertanto, manifestava una triplice finalità: raccontare direttamente l’esperienza politica nelle sue terre d’origine tra i notabili locali (grande elettore, sindaco, amministratore locale e professionista) e le strategie per ottenere voti (incontri in casa dei notabili influenti, soldi per la campagna elettorale e per corrompere gli elettori, comizi elettorali, banchetti), dando così al suo scritto un’impostazione da antropologia politica; denunciare i mali dell’arretrata Irpinia (De Sanctis, 1965: 327, 258), che veniva posta come immagine stereotipata di tutte le province italiane del nuovo Stato unitario, e l’ultimo fine era quello pedagogico, cioè di voler educare i suoi conterranei all’idea di progresso, affinché la sua terra potesse avere un futuro migliore. Si deve ricordare che i «grandi elettori» erano i grandi notabili, cioè tutte quelle persone, che per la loro posizione sociale ed economica, avevano molti dipendenti (contadini etc.), ai quali potevano imporre come votare (Mosca, 1884: 298). Si può dire che con la sua esperienza, il De Sanctis volesse creare un nuovo immaginario politico, che fungesse da contraltare ai disvalori della classe dirigente italiana che da pochi anni era approdata alla politica. Tutto ciò era chiaro ed evidente sin dal primo capitolo dell’opera, dove il De Sanctis scrive:

E per la prima volta ho fatto un viaggio elettorale. Tornai ieri, ancora commosso. Nella mente mi si volgeva tutta una storia pregna di grandi dolori e di grandi gioie, ricca di osservazioni interessanti; avevo imparato più in quei paeselli che in molti libri. E dissi: questa non è più storia mia; è storia di tutti, ci s’impara tante cose. È il mondo studiato dal vero e dal vivo e studiato da uno, che sotto i capelli bianchi serba il core giovine e intatto il senso morale e potente la virtù dell’indignazione (De Sanctis, 1968: 8).

Il De Sanctis era partito per la competizione elettorale con l’entusiasmo di chi vuole fare qualcosa per la sua terra, coll’intento di spazzar via le camarille e gli intrighi municipali. L’Irpino, che aveva una concezione hegeliana, etica, dello Stato, inteso come supremo fine e dovere dei cittadini, si era trovato invischiato in lotte elettorali dominate da interessi meschini e personali. Il conflitto tra la consapevolezza della difficile realtà locale e la fiducia nel progresso umano trovava la sua materializzazione nel suo sogno turbolento descritto nel capitolo intitolato Fantasmi notturni, dove il parente teologo, padre Antonio Pescatore, esperto dei costumi politici e sociali del luogo, gli rinfacciava la vanità delle sue illusioni idealistiche, dicendogli:

E tu credi poter fare le elezioni coi discorsi. – E co’ discorsi le hanno fatte i ministri. – Cioè, la scena era quella. Ma il dietroscena lo facevano prefetti, pretori, sindaci e che so io. […] Tu voi fare un romanzo, ed il mondo è storia. E il mondo lo conosco io […] E se tu fai il romanzo, io fo la storia […]. Una mezza storia vale più che cento discorsi. Finita la predica, finita la messa. […] Guardiamo ai piccoli centri elettorali. Credi tu che là ci sieno tutte le idee e tutti i sentimenti del romanzo che ti frulla pel capo? Piglia paesi su per i monti, dove si va talora a dorso di mulo, senza circolazione di merci e d’idee, e miracolo se ci arriva un giornale o un mercante che vi rinnovi un po’ l’aria. […]. Poi, in questi piccoli centri, il mondo comincia e finisce lì. Il campanile è la stella maggiore di quel piccolo cielo. E in quelle gare, in quelle gelosie, in quelli che tu chiami i pettegolezzi municipali è tanta passione […] Ciascuno ha la sua epopea a modo suo. […] E l’epopea loro è l’assalto al municipio. E tu chiami tutto questo pettegolezzi. E vuoi essere deputato di tutti, che è a dire di nessuno. E vuoi essere un omo serio. Ma un omo serio dee usare ogni industria per tener vive quelle gare, e vellicare le passioni, e incensare le vanità, e suscitare le rivalità tra un paese e l’altro, tra una famiglia e l’altra. Così ti farai il partito. L’entusiasmo è fuoco fatuo. Passioni e interessi, questa è la pasta umana, lì è la base di operazione (Ibid.: 29-32).

Finito l’incubo, il De Sanctis immediatamente tornava a lavorare per creare un futuro migliore ai suoi conterranei:

E io non debbo pure fare qualche cosa che affretti questo avvenire? Non è bello consacrare a loro questi ultimi anni della mia vita? Non è mio dovere? […] Mi sentiranno oggi, e le mie parole saranno seme che frutterà nei loro cuori (Ibid.: 33-34).

Il De Sanctis già dopo le grandi delusioni della metà degli anni sessanta, aveva cominciato a riflettere sulla differenza tra la nuova politica e quella del periodo preunitario. Aveva notato che durante il Risorgimento c’erano stati movimenti che avevano lottato per affermare il principio della libertà, della sovranità popolare e c’era stata sostanzialmente anche una forte coesione tra i vari liberali italiani per raggiungere l’unità politica del paese” (Graniero, 1980: 41- 42). Dal 1860, invece, si era persa l’unione tra i vari politici e la pratica dei governanti non guardava più ai grandi ideali, ma agli interessi empirici (le coselle), a creare nuovi rapporti di forza, nuovi equilibri tra centro e periferia e nuovi contesti elettorali, per cui i partiti finivano per sottomettersi a questi per ottenere vantaggi. Poi, dopo l’incontro con Mazzini e la sua adesione al Partito d’Azione nel 1860, il De Sanctis interpretava «pensiero e azione» come partecipazione quotidiana all’attività politica, necessaria, assieme alla crescita intellettuale, per cambiare il mondo (Maturi, 1971: 407). De Sanctis, infatti, in un suo discorso ai giovani diceva che “il mondo non viene cambiato dai libri […] ma quando i libri entrano dentro di noi». […] «Studiate, educatevi, siate intelligenti e buoni. L’Italia sarà quello che sarete voi” (De Sanctis, 1970: 518).
Il De Sanctis, da subito, aveva intuito che lo stretto rapporto tra rinascita popolare, rinnovamento culturale e libertà, trinomio che aveva caratterizzato tutto il processo risorgimentale, doveva ora rientrare in un rapporto sinergico tra cultura e politica. L’istruzione era pertanto l’unica strada per trasformare la plebe in popolo libero e consapevole dell’importanza della trasformazione politica della nazione, del sacrificio per la conquista dell’Indipendenza e della libertà (cfr. Graniero, 1983). L’istruzione, dunque, era la matrice di ogni altra conquista civile e dava la possibilità agli Italiani di passare da un regime reazionario ad uno liberal-democratico, per cui nel suo primo discorso alla Camera il 13 aprile 1861, da ministro della pubblica istruzione, ribadì l’importanza della scuola per la crescita della società italiana:

L’istruzione popolare è quasi una difesa morale della società […]. Noi abbiamo decretato la libertà in carta […] Sapete, o signori, quando questa libertà cesserà di essere menzogna? Quando noi avremo effettivamente uomini liberi; quando della plebe avremo fatto un popolo. Chiameremo noi forse uomini liberi quei contadini ignoranti delle province napoletane […] la cui anima non appartiene a loro? No, non sono uomini liberi costoro, la cui anima appartiene al confessore, al notaio, all’uomo di legge, al proprietario, a tutti quelli che hanno interesse […] d’impadronirsene. Provvedere all’istruzione popolare sarà la mia prima cura […] il nostro risorgimento non sarà solo politico, ma ancora intellettuale, e che ora noi prepariamo, non solo l’unità, ma la civiltà della nostra patria (De Sanctis, 1960: 94-96)

Nel capitolo dedicato al suo paese, Morra Irpino, De Sanctis fa un’acuta analisi socio-economica, nella quale vengono riportati tutti i mali di una terra povera, emarginata, scarsamente alfabetizzata e con profonde disuguaglianze economiche e sociali, che solo attraverso l’educazione e la cultura si sarebbero potute eliminare (cfr. Imbriani, 2018). Infatti, egli così scrive:

Ma non posso dire che una vera vita civile sia iniziata. Veggo ancora per quelle vie venirmi tra gambe, come cani vaganti, una turba di monelli, cenciosi e oziosi, e mi addoloro che non ci sia ancora un asilo d’infanzia. Non veggo sanata la vecchia piaga dell’usura, e non veggo nessuna istituzione provvida che faciliti gl’istrumenti del lavoro e la coltura dei campi. Veggo più gelosia gli uni degli altri che fraterno aiuto, e nessun centro di vita comune, nessun segno di associazione. Resiste ancora l’antica barriera di sdegni e sospetti tra galantuomini e contadini, e poco si dà all’istruzione e nulla all’educazione (De Sanctis, 1968: 78).

Questo scritto, dunque, nasceva dal dovere di non abbandonare la propria terra e aiutarla a sviluppare, attraverso un’operazione pedagogica, forze politiche e sociali moderne. Ma, nonostante le difficoltà e le incomprensioni che incontrava, non approdava ad una conclusione gattopardesca del «Bisogna cambiare tutto affinché nulla cambi», con l’atteggiamento di chi si adatta a una nuova situazione politica finendo d’esserne promotore, per preservare potere e privilegi; anzi il Morrese sarà sempre animato da una forte fiducia nel futuro, senza mai rimpiangere il vecchio regno borbonico. Infatti scriveva: “coi nuovi tempi è sorta in Morra una gagliarda vita municipale, e in un decennio si è fatto più che in qualche secolo”(Ibidem).
Il suo scritto, per la sua indagine, si potrebbe paragonare alle opere di Francesco Longano (Viaggio per lo contado del Molise e Viaggio dell’abate Longano per la Capitanata) e a quelle di Giuseppe Maria Galanti (cfr. Galanti, 1981), perché è dettato dalla tensione morale e civile e dallo studio diretto della natura dei luoghi, dell’indole degli abitanti e della realtà socioeconomica delle province del Regno di Napoli (De Martino, 1995: 121-143).
Il Viaggio elettorale, d’altronde, non è solo un saggio di antropologia politica o la realistica rappresentazione di un ambiente sociale, ma è anche un libro che ha alla base un fondamentale motivo letterario. Il primo capitolo, infatti, si presenta come risposta del De Sanctis ad una lettera di Virginia Basco del 28 dicembre del 1874, sua allieva a Torino (De Sanctis, 1983: 211-212). Alla donna, che gli aveva chiesto dei consigli sulle letture e studi da fare, il De Sanctis rispondeva consigliandole un testo che aveva come modello una prosa nuova, allora ancora ignota agli scrittori italiani: la prosa del realismo, cui egli ormai aderiva (cfr. De Sanctis, 1979). De Sanctis, perciò, sosteneva:

Ecco materia viva di una commedia elettorale. E non ne conosco nessuna ancora. Achille Torelli, che mi dialogizza in versi tesi ed antitesi, pensi che arte è natura studiata dalla fantasia e lasci a’ mediocri le idee e le tesi. Che bisogno ha il potente Cossa di andarmi a cercare Nerone, o il simpatico Cavallotti di rompere il sonno ad Alcibiade? […] Abbiamo tanto mondo intorno, vivo, palpabile, parlante, plastico, e vogliamo cercar l’arte ne’ cimiteri […] Brutto segno, quando si vede l’arte vivere di memorie come i vecchi, e non gustare più la vita che le è intorno, senza fede e senza avvenire (De Sanctis, 1968: 8-9).

Queste sue considerazioni sono fondamentalmente celate in uno stile realista, in cui si esprime un’arte che riesca a manifestare «l’ideale nel reale»; uno scritto in cui la letteratura si fa storia, dove lo svolgimento del reale e la storia si fanno letteratura. L’ideale calato nel reale si può altresì leggere come l’ideale dell’unità d’Italia realizzato, con la conquista di Roma, nel suo storico svolgimento culturale e politico.
Il viaggio, dunque, attraverso il collegio elettorale di Lacedonia, dava al De Sanctis l’occasione di ritornare nella terra in cui aveva trascorso i primissimi anni della sua vita e da dove era rimasto lontano a causa dell’esilio. Ritornare in Irpinia, voleva dire, per il Morrese, ormai alla soglia dei sessant’anni, una riscoperta del territorio e della memoria: Lacedonia, «Rocchetta la poetica», «Bisaccia la gentile», «Calitri la nebbiosa», «Andretta la cavillosa» ed infine a Morra Irpino. Infatti, così scriveva: “a una certa età ritroviamo gli affetti e i luoghi della prima giovinezza” (De Sanctis, 1968: 66).
Nel Viaggio elettorale, quindi, alle vicende politiche, specie nel capitolo su Morra, si alternano pagine autobiografiche. Proprio nell’autobiografismo del De Sanctis (una rivincita dopo la sconfitta del 1848 che gli era rimasta «fitto in capo, e non ne è voluto più uscire» (Ibid.: 84) vanno ricercati i motivi che hanno spinto l’autore ad accettare la candidatura nel collegio di Lacedonia, dove la vittoria non sarebbe stata scontata, e a rinunciare al già consolidato trionfo elettorale di San Severo. Si ricordi che il De Sanctis si era candidato anche nel collegio pugliese di San Severo, dove aveva vinto nel ballottaggio del 15 novembre 1874. Scriveva, per giustificare il perché della sua scelta: “Ubbidiamo, alle prime ispirazioni che vengono dal cuore” (Ibid.:12).
De Sanctis fu politicamente attivo sin dal 1848 e fu un progressista moderato (cfr. Croce 1964; Muscetta, 1969: 390), lontano quindi sia dagli ideali rivoluzionari che da quelli reazionari, con un profondo senso dell’ordine, della giustizia e del dovere. Aveva infatti una concezione etica della politica, intesa come missione e servizio (Jachia, 1996: 53): insomma una visione hegeliana dello Stato, il quale doveva essere il fine supremo di ogni cittadino; l’unico riparo contro le forze disgregatrici, degli egoismi e degli appetiti individuali, in quanto era l’oggettivazione dello spirito assoluto (cfr. De Giovanni, 1978: 409-416) Il De Sanctis nel 1868, deluso dalla mancata formazione di una maggioranza progressista e moderata in Parlamento, nel quale gli accordi e gli interessi personali continuavano a dominare, e amareggiato dai fatti di Aspromonte e di Mentana, decise di abbandonare la lotta politica per dedicarsi ai suoi studi: tra il 1868 e il 1871 era «più in biblioteca che in Parlamento» (Muscetta, 1969: 183; 1978; De Sanctis, 1960: 183; Scirocco, 1972: 179-180). De Sanctis, replicando all’on. Minghetti, in un suo discorso parlamentare del 2 luglio del 1864 effettuò il suo distacco dalla “consorteria” della Destra, dando l’avvio alla formazione del raggruppamento della Sinistra costituzionale. Dopo la caduta della Destra storica nel 1876, De Sanctis tornò alla politica attiva e fu nuovamente ministro dell’Istruzione nel 1878 e nel 1879-81). Ma una famosa lettera al Lozzi del 25 giugno 1869 ci testimonia che lo studioso irpino nonostante tutto non chiuse affatto la sua vita alla politica del paese: “La vita politica non mi ha disgustato affatto; la mia vita ha due pagine, una letteraria, l’altra politica, né penso a lacerare nessuna delle due: sono due doveri della storia, che continuerò sino all’ultimo”(De Sanctis, 1993: 741; Lanza, 1972: XIV-XX).
De Sanctis non intendeva separare letteratura e politica, fondamenti della sua attività, quanto “rimarcarne il forte legame” e la loro “complementarità”. Ma alla politica e alla letteratura egli intrecciò “un terzo elemento”, cioè l’aspetto pedagogico della sua azione: insomma in lui il lavoro intellettuale, la militanza politica e lo “slancio esistenziale” rappresentavano un tutt’uno in maniera indissolubile (cfr. Iermano, 2019). Fu, quindi, il suo temperamento di uomo politico, tipico di quella generazione uscita dalle carceri e proveniente dagli esili, legata a quel senso del dovere che voleva che ogni uomo di cultura doveva apportare per la crescita del proprio Stato la sua progettazione politica e le sue esperienze culturali e tecniche (cfr. Croce 1964), a portarlo ad accettare la candidatura nel collegio di Lacedonia (Cacciapuoti, 1984: 19).
Dopo gli entusiasmi risorgimentali, in De Sanctis nacquero le prime delusioni a causa degli inadeguati atteggiamenti assunti dai politici per risolvere i gravi problemi dello Stato unitario (De Sanctis, 1970: 864; Asor Rosa, 1975: 821- 850). Nel 1862, perciò, passò all’opposizione e in collaborazione con il Settembrini, fondò l’Associazione unitaria costituzionale di sinistra moderata. Per questo fu accusato di trasformismo e si difese sostenendo che il suo era un adeguamento a una nuova realtà storica e politica: era «il progredire di una intelligenza politica non cristallizzata» (De Sanctis, 1972: XX). In ogni modo, secondo il De Sanctis, per risolvere i problemi politici dell’Italia, si doveva creare un sistema politico basato sulla dialettica del bipartitismo all’inglese, con due partiti, uno liberale-conservatore e l’altro democratico-progressista, che si sarebbero alternati tra governo e opposizione.
Comunque, grazie alla sua grande fiducia nei giovani (De Sanctis, 1968: 47; De Sanctis, 1972: 307-308), negli anni ‘70 tornò alla politica attiva con la Sinistra, per dare concretamente il suo contributo alla costruzione di uno Stato democratico e moderno e per «riconquistare la sua patria» (De Sanctis, 1968: 9). La Sinistra, con la sua politica del trasformismo, assorbì parte della Destra storica, facendosi interprete delle istanze di quest’ultima.
Bisogna ricordare che il nuovo clima di libertà dava la possibilità alle nuove generazioni meridionali di partecipare attivamente alle attività politiche del Paese e dare così il loro contributo alla costruzione del nuovo Stato: una novità per gli uomini del tempo, che sotto il Borbone non avevano fatto queste esperienze politiche. Gli Irpini, pertanto, non avendo strutture economiche produttive di tipo moderno e neanche infrastrutture minime per poter creare un’economia di mercato, scoprirono una realtà nuova: la politica. I ceti dirigenti irpini colsero subito la grande novità e indirizzarono i loro interessi lavorativi verso libere attività professionali e l’impiego pubblico, attività che avrebbero facilmente aperto la strada alla politica. Il nuovo Stato unitario, però, nasceva monoclasse, con la politica riservata a pochi gruppi elitari e con un sistema elettorale censitario e per questo la politica era caratterizzata da rapporti interpersonali tra i notabili e la stragrande popolazione. I notabili, con questi sistemi, riuscirono facilmente a farsi eleggere nei consigli comunali, provinciali e soprattutto in Parlamento, sfruttando, almeno nei primi decenni unitari, la loro influenza sociale ed economica di proprietari terrieri; poi, con l’avvento della Sinistra, affiancheranno alla loro ricchezza terriera anche le competenze giuridiche (cfr. Musella, 1994).
In ogni modo, dopo le elezioni provinciali in Irpinia del 1873, il De Sanctis accettò la candidatura alle elezioni politiche dell’anno successivo (Acocella, 1983: 1983: 156; Moscati, 1978: 1417-1432). La sua candidatura fu fortemente voluta dall’onorevole Michele Capozzi, (De Sanctis, 1968: 99-114) il famoso Re Michele, d che attraverso l’elezione del De Sanctis mirava a impedire all’avvocato Serafino Soldi, candidato a Lacedonia, di avere l’egemonia politica sulla provincia. Il Capozzi creò una capillare organizzazione del consenso a favore del De Sanctis, controllando l’amministrazione locale, grazie all’appoggio di personalità molto influenti, quali don Marino Molinari per Morra (cfr. Barra, 1997), il canonico Pietrantonio Tedesco per Andretta, il medico e consigliere provinciale Luigi Bonaventura per Lacedonia e il segretario comunale Giovanni Raga per Bisaccia. Questi gli garantirono il controllo sui loro rispettivi territori, mettendo in moto tutte le loro conoscenze per rendere più capillare ed efficace la macchina elettorale.
Il De Sanctis, però, si trovò invischiato in lotte politiche alimentate soprattutto da «altri interessi e altre passioni» (De Sanctis, 1968: 9), quelle personali, che spiegano l’estrema politicizzazione della lotta elettorale, combattuta con violenza anche nei collegi, come quello di Lacedonia, dove vi erano pochissimi elettori. De Sanctis capì che la lotta elettorale non era più sui grandi temi e progetti politici, come era avvenuto nel Risorgimento o come avveniva in Parlamento, ma sulle relazioni personali e sugli interessi locali. Nel collegio di Lacedonia, infatti, come in tanti altri Paesi dell’epoca, non esistevano partiti di Destra o di Sinistra, ma «due partiti provinciali e comunali» e De Sanctis doveva «portare la bandiera dell’uno contro dell’altro» (Ibid: 22); la lotta elettorale era quindi sulle coselle, piuttosto che sulle cose (cfr. Bonghi 1884) e si doveva essere presenti e attivi nel tessuto sociale e quindi vicini alle richieste degli elettori (cfr. Musella, 2015). Per essere sempre presenti sul territorio ed avere uno stretto rapporto tra centro e periferia, si organizzò una struttura politica piramidale alla cui cima vi era il ministro, poi il deputato che era a lui subordinato, seguiti dal prefetto, dal «grande elettore» e dai rappresentanti della società politica e operaia (Mosca, 1884: 297).
Il politico di Morra, nonostante fosse animato da nobili e profondi ideali etico-politici, si lasciò coinvolgere nelle dispute politiche locali, strumentalizzato dal Capozzi contro il suo grande rivale, il Soldi. Il De Sanctis, probabilmente, era consapevole di correre questo rischio, esponendosi, inevitabilmente, all’accusa di aver permesso, con la propria candidatura, la conferma del predominio capozziano in Irpinia. Accusa dalla quale, peraltro, si difende nel capitolo dal titolo Il Re Michele. È probabile che il De Sanctis, pur di poter operare per il bene della sua terra, si prestò al gioco, candidandosi e recandosi di persona nel collegio, dopo l’annullamento del ballottaggio del 15 novembre 1874 e la decisione della Camera dei Deputati di farlo ripetere il 17 gennaio 1875. Bisogna però spiegare come si erano svolte le elezioni nel collegio di Lacedonia. Nel primo turno dell’8 novembre 1874 era risultato vincitore il Soldi, ma senza ottenere la maggioranza assoluta. Egli perciò dovette affrontare nel ballottaggio il De Sanctis (secondo classificato al primo turno), che lo sconfisse grazie ai voti del Corona (terzo ed ultimo classificato al primo turno) confluiti dalla sua parte. Ma il secondo turno delle elezioni fu annullato dalla Camera dei Deputati, per irregolarità registrate nella sezione di Andretta e il nuovo ballottaggio fu fissato per il 17 gennaio 1875.
De Sanctis, già eletto a San Severo, in provincia di Foggia, decise ugualmente di concorrere per la deputazione del collegio irpino, nonostante la dichiarata opposizione alla sua candidatura della Sinistra nazionale e, in particolare, del Comitato napoletano, deciso a sostenere, per un chiaro e concreto calcolo politico (forse perché De Sanctis era moderato o perché poco incline ai compromessi clientelari?), l’ex-governativo Soldi, passato a Sinistra alla vigilia del secondo ballottaggio. Anzi, furono proprio questi “sporchi” giochi politici a pungolare il suo orgoglio e a spingerlo a proseguire la lotta:

Il loro calcolo […] era questo, di pungermi nel mio amor proprio […] e farmi maledire il momento ch’ero entrato in quel ballo ignobile […]. Ma quell’accanimento mi sveglio, visto in quistione anche innanzi alla Camera l’onor mio e de’ miei amici e de’ miei elettori (De Sanctis,1968: 64).

L’arretrata Irpinia di quel tempo (cfr. De Marco, 1978:1345-1408), nella quale scorgevano «in miniatura tutti i problemi essenziali della società contemporanea» (Aurigemma, 1957: XXXVI), doveva essere per il De Sanctis, che già concepiva la “questione meridionale” come problema nazionale, il punto di partenza per costruire un paese moderno (cfr. Saggese, 2020). Il De Santis, nonostante tutto, coglieva dopo dieci anni di Stato liberale dei segni, seppur timidi, di un possibile progresso (De Sanctis, 1960: 94-96). Infatti, scriveva: “Pure questa sollecitudine del ben comparire mette già un paese sulla via del progresso, ed è uno stimolo a bisogni più elevati” (De Sanctis, 1968: 79).
In effetti, il critico irpino era tornato volentieri nella sua terra per «riconquistare la propria patria» (Ibid.: 41), dove aveva sempre faticato a far riconoscere il proprio valore e nella quale ora si recava armato non solo del suo prestigio di studioso, ma anche dei quei valori morali e degli ideali democratici in cui credeva fermamente. Il De Sanctis nonostante la vittoria elettorale, attraverso i sacrifici per l’essersi trascinato «per vie impossibili» (Ibid.: 89), fu profondamente amareggiato dalla constatazione del divario tra l’impegno morale profuso nella competizione politica, dominata dagli interessi locali e personali, e l’esiguo numero dei voti ottenuti in più rispetto al turno precedente. L’Irpino, infatti, così scriveva: “Lutto era nell’anima mia […] La mia presenza, il mio viaggio valeva dunque – venti voti!” (Ibidem). Queste parole, dominate dallo sconforto e dalla rabbia, davano la viva «sensazione di una sconfitta non certo personale»(Dell’Aquila, 1978: 638), ma dei suoi ideali politici e morali e, soprattutto, della fede nel progresso morale e civile della sua gente. Non va dimenticato che nel 1874 gli elettori erano il 2% della popolazione totale e che di questi solo una parte poco superiore al 50% degli aventi diritto votava effettivamente.
Un altro episodio significativo del Viaggio spingeva ad una acuta ed amara riflessione il De Sanctis, quello dell’incontro con il presidente della Società operaia di Sant’Angiolo (Sant’Angelo dei Lombardi). Il De Sanctis, durante l’incontro, ricordava a quest’ultimo che “[…] la via a grandezza è ubbidienza, disciplina e lavoro. Soffrire per godere, questo è il destino. Oggi il sacrificio, domani la gloria” (De Sanctis, 1968: 95). A queste parole, l’esponente della Società operaia rispondeva «con un gesto d’impazienza, alzando le spalle» (Ibidem). L’intellettuale irpino, riflettendo, vedeva nel suo interlocutore l’eterno uomo del Guicciardini, incapace di andare «più in là del suo particolare» (Ibidem), e piombava in un cupo e profondo silenzio. Si doveva superare la condizione dell’uomo del Guicciardini e creare le condizioni socioeconomiche e culturali per una libertà democratica, a cui aspirava lo studioso irpino. Il De Sanctis, in Irpinia, purtroppo si scontrò con una realtà politica e sociale che appariva difficilmente reversibile e si trovò a combattere su due fronti ugualmente chiusi: da una parte, il malcostume politico, e dall’altra, l’arretratezza, la diffidenza e i piccoli contrasti d’interesse della sua gente. Questa esperienza elettorale, quindi, mostrò a De Sanctis che all’elettore medio poco importava del programma ideologico e politico di un candidato, se non vi fossero state le possibilità di godere di quelle facilitazioni, piaceri, raccomandazioni, che la carica di deputato poteva assolvere. Il consenso, quindi, lo si otteneva solo in base alle funzioni clientelari che il potere politico offriva (cfr. Musella, 1994: 76). Lo scambio tra voto e favori, purtroppo, era indispensabile per conquistare il consenso degli elettori influenti ed anche per ottenerne altri. Servivano, perciò, solo raccomandazioni da fare presso l’amministrazione della provincia, per accelerare la discussione della deputazione provinciale su qualche mandato o sussidio, oppure per facilitare la discussione della commissione provinciale per l’accertamento dei redditi di ricchezza mobile. Su tali argomenti così scriveva da Andretta il canonico Pietrantonio Tedesco:

Il giorno 16 fui a Bisaccia in compagnia di Vincenzo Cipriani, e prendemmo accordo con Pasquale Capaldo e Fabio Rollo, che, in caso di una nuova elezione politica, avremmo votato per un medesimo Candidato […]. Essi mi fecero intendere di mettersi in relazione con voi, e giovarsi della vostra benevolenza e probazione. Anzi uno di essi, cioè Pasquale Capaldo, m’incaricò di pregarvi espressamente d’impegnarvi presso la Commissione Provinciale per l’accertamento de’ Redditi di Ricchezza Mobile, perché rigetti l’appello prodotto dall’Agente di Lacedonia (Ibid.: 72).

L’esperienza elettorale rese il De Sanctis consapevole del distacco della politica locale dalla morale. Etica e politica, nei fatti, erano su piani diversi, pertanto amaramente scriveva: “moralità e politica sono due parallele, che non si incontrano. Moralità è l’ideale, e politica è il reale” (De Sanctis, 1970: 115).
La politica era intesa come la possibilità di “farsi gli amici e gli alleati, vantare protezioni e relazioni, parlare a mezza bocca, congiungere l’intimidazione con la ciarlataneria” (Ibid.: 99).
Il De Sanctis, tuttavia, lanciava un forte messaggio di moralità (Ibid.:152), non abbandonando il collegio dove era nato e cominciare a lavorare (Dell’Aquila, 1978: 638) per ricucire lo strappo tra le masse popolari e lo Stato e per avviare le province meridionali verso il progresso. Il De Sanctis, in breve, voleva formare una nuova classe dirigente, che uscisse dal provincialismo regionalistico e dalla politica clientelare. Il suo pensiero, per questo, era rivolto soprattutto ai giovani, alle nuove generazioni, di cui è simbolo «Quel Fabio» (De Sanctis, 1968:85-86) incontrato durante il suo viaggio:

Quel Fabio era la mia idea fissa. Mi dicevano che era uno dei capi più risoluti di parte contraria […] E questo appunto mi trafiggeva, a vedermi avversario e cosi appassionato quell’uomo lì. Se i giovani e i giovani intelligenti e generosi non sono essi almeno con me, a chi ricorro io? (Ibid.:46).

Non a caso, allora, giunto il momento della sofferta scelta della deputazione, fu proprio il ricordo di quel giovane a dargli la spinta decisiva e a risolvere ogni incertezza:

In questo mezzo, mi giunsero lettere caldissime di amici, che mi confortavano all’accettazione […] Mi fermò una lettera di Fabio Rollo, piena di sentimenti elevatissimi. E dove sono di tali uomini, come farei io ad abbandonarli? (Ibid.: 110).

Il profondo significato morale del Viaggio elettorale, dunque, sembra essere tutto nella scelta finale di non abbandonare la propria gente; scelta dettata dal senso del dovere, radicato nell’animo di un uomo che preferisce il rischio dei risultati concreti, anche se deludenti, alla protesta espressa in uno sterile isolamento (Esposito, 1991: 542).
In ogni modo, già la prima riforma elettorale del 1882, con l’allargamento del suffragio, inevitabilmente portò il grande esponente politico a non poter più controllare da vicino i propri elettori; ciò condusse all’uscita di scena della vecchia classe politica di estrazione risorgimentale, che aveva dominato nel primo ventennio unitario, tra cui anche Francesco De Sanctis.

Bibliografia
Acocella, G., (1983) “Vita familiare e impegno politico (1817-1873)”, in AA.VV., De Sanctis e l’Irpinia, introduzione di F. Tessitore, Cava dei Tirreni: Di Mauro Editore.
Asor Rosa, A. (1975) “La cultura”, in AA.VV., in Storia d’Italia, IV, II, Torino: Einaudi.
Aurigemma, M. (a cura di) (1957), Scritti autobiografici, politici e pedagogici, Roma: Signorelli.
Barra, F. (a cura di) (1997), Il Mezzogiorno dei notabili. Carteggi politici e familiari dei Molinari di Morra De Sanctis, Avellino: Centro di ricerca Guido Dorso.
Barra, V. (2021), “Aspettando De Sanctis: le origini del Viaggio elettorale e il collegio di Lacedonia nel 1874-75”, in Le Carte e la Storia, 2/2021. Bologna: Il Mulino.
Bonghi, R. (1884), “Una cosa grossa. La decadenza del regime parlamentare”, in Nuova Antologia, n. 3.
Cacciapuoti, F., (1984), “La dimensione intellettuale del De Sanctis”, in AA.VV., Francesco De Sanctis tra etica e cultura. Studi per il primo centenario della morte, a cura di M. G. Giordano, in “Riscontri”, VI, n. 1-2, p. 19.
Croce, B. (1951), L’autobiografia come storia e la storia come autobiografia, in Filosofia Poesia e Storia, Milano-Napoli: Ricciardi.
Croce, E. e A. (1964) De Sanctis, Torino: UTET.
Croce, B. (1989), Contributo alla critica di me stesso, a cura di G. Galasso, Milano: Adelphi.
Dell’Aquila, M. (1978), “Storia e romanzo nel Viaggio elettorale”, in De Sanctis e il realismo, vol. I, Napoli: Giannini.
De Giovanni, B. (1978), “La cultura napoletana dall’hegelismo alla rinascita idealistica”, in Storia della Campania vol. II, a cura di F. Barbagallo, Napoli: Guida.
Demarco, D. (1978), “Le origini economico-sociali del Viaggio elettorale”, in De Sanctis e il realismo, vol. II, Napoli: Giannini.
De Martino, G. (1995), L’Illuminismo meridionale. La tradizione filosofica del Regno di Napoli tra ‘600 e ‘700, Napoli: Liguori editore.
De Sanctis, F. (1879), Zola e l’Assommoir. Conferenza tenuta al Circolo Filologico di Napoli il 15 giugno 1879, Milano: Treves.
De Sanctis, F. (1972), Il Mezzogiorno e lo Stato unitario, a cura di F. Ferri, Torino: Einaudi.
De Sanctis, F. (1965) Epistolario (1859-1860), a cura di G. Talamo, Torino: Einaudi.
De Sanctis, F. (1968), Un viaggio elettorale. Seguito da discorsi biografici, dal taccuino elettorale e da scritti politici vari, a cura di N. Cortese, Torino: Einaudi.
De Sanctis, (1970), I partiti politici e l’educazione della nuova Italia, a cura di N. Cortese, Torino: Einaudi.
De Sanctis, F. (1970), Storia della letteratura italiana, Introduzione di L. Russo, a cura di M. T. Lanza, Milano: Feltrinelli.
De Sanctis, F. (1972), “La scuola”, in L’arte, la scienza e la vita, Torino: Einaudi.
De Sanctis, F. (1983), Un viaggio elettorale, con un’appendice di documenti vari, a cura di Attilio Marinari. Napoli: Guida.
De Sanctis, F. (1993), Epistolario (1863-1869), a cura di A Marinari, G. Paoloni e G. Talamo, Torino: Einaudi
De Sanctis, F. (2017), La Giovinezza, con introduzione e curatela di G. Brancaccio, Milano: Biblion edizioni.
Esposito, E. (1991), “Arte politica e indignazione in Francesco De Sanctis”, in Critica Letteraria, XIX, fasc. III, n. 72.
Iermano, T. (2019), Una vita di avventure, di fede e di passione. Nuovi saggi critici su Francesco De Sanctis. Pisa-Roma: Fabrizio Serra Editore.
Galanti, G. M. (1981), Giornale di viaggio in Calabria, a cura di A. Placanica, Napoli: Società Editrice Napoletana.
Graniero, A. (1980), Francesco De Sanctis. Storico-politico antifrancese?, Napoli: Loffredo.
Graniero, A. (1983), “Nel 1° centenario della morte. Francesco De Sanctis e la scuola”, in Il Rinnovamento. Periodico culturale, Anno XIII, n. 115, Napoli.
Imbriani, M. T. (a cura di) (2018), La scienza, la scuola e la vita. Francesco De Sanctis tra noi, Venosa: Osanna edizioni.
Jachia, P. (1996), Introduzione a De Sanctis. Roma-Bari: Laterza.
Lanza, M. T. a cura di (1972), “Introduzionea F. De Sanctis”, in L’arte, la scienza e la vita, a c. di M. T. Lanza, Torino: Einaudi.
Maturi, W. (1971), Interpretazioni del Risorgimento, Torino: Einaudi.
Mosca G. (1884), Sulla teorica dei governi e sul governo parlamentare. Studi storici e sociali, Torino: Einaudi.
Moscati, R. (1978), “De Sanctis e le lotte elettorali in Irpinia”, in De Sanctis e il realismo, II, Napoli: Giannini.
Muscetta, C. (1969) “Francesco De Sanctis”, in AA.VV., Storia della letteratura italiana, dir. da E. Cecchi e N. Sapegno, VIII, Milano: Garzanti.
Muscetta, C. (1978), Francesco De Sanctis, Bari: Laterza.
Muscetta, C. (1990), “Francesco De Sanctis”, in AA. VV., Letteratura italiana. Storia e testi, Bari: Laterza.
Musella, L. (1994), Individui, amici, clienti. Relazioni personali e circuiti politici in Italia meridionale tra Otto e Novecento, Bologna: Il Mulino.
Musella, L. (2015), “Notabili campani tra comunità e società”in Itinerari di ricerca storica, Università del Salento, n. 2.
P. Saggese, P. (2020), Alle origini della questione meridionale: Pasquale Villari, Giustino Fortunato, Guido Dorso e il magistero di Francesco De Sanctis, Avellino:Terebinto Edizioni.
Scirocco, A. (1972),“Francesco De Sanctis e la vita politica italiana dal 1861 al 1867. Il passaggio dalla Destra alla Sinistra”, in AA.VV., Celebrazioni in onore di Francesco De Sanctis nel 150° della nascita, a cura di F. De Rogatis, Salerno: Il Risveglio.

Condividi: