di Maria Antonietta Pranteda
Riassunto
Dopo la riunificazione, l’espressione “Mezzogiorno tedesco” è emersa per descrivere la condizione dei nuovi Bundesländer, richiamando il caso del Meridione italiano nel secondo dopoguerra. Come il Sud, anche l’ex DDR ha subito un’annessione asimmetrica, con l’Ovest che ha imposto il proprio modello economico, istituzionale e culturale. Questo contributo non è una comparazione sistematica,ma utilizza il raffronto per mettere in luce analogie e divergenze con il Sud, soffermandosi sul ruolo dello Stato e sulle reazioni della società. Un’attenzione particolare è riservata agli assetti simbolici e identitari, tra cui la colonizzazione economica e culturale, il razzismo sociale e l’Ostalgie, fenomeno che riflette una frattura mai del tutto ricomposta e il senso di marginalizzazione vissuto nell’Est tedesco.
Parole chiave: Mezzogiorno tedesco, Meridione, Riunificazione, Annessione, Colonizzazione, Identità, Ostalgie.
Introduzione
La riunificazione tedesca del 1990 è stata un evento di portata storica, un momento di entusiasmo collettivo in cui il Muro di Berlino è crollato non solo fisicamente, ma anche simbolicamente, aprendo la strada a un futuro che molti immaginavano radioso. Eppure, come spesso accade nei grandi processi storici, l’euforia iniziale ha presto lasciato spazio a una realtà molto più complessa. Le regioni orientali della ex Repubblica Democratica Tedesca (DDR), oggi note come nuovi Bundesländer (Brandeburgo, Meclemburgo, Sassonia, Sassonia-Anhalt, Turingia) si sono trovate catapultate in un sistema economico e politico radicalmente diverso, con tempi e modalità che non hanno lasciato spazio a una transizione graduale. Il risultato? Un profondo senso di disorientamento, una trasformazione economica tanto rapida quanto traumatica e una percezione diffusa di essere stati più inglobati che realmente integrati nella nuova Germania unita.
Non molto tempo dopo la riunificazione, per descrivere la situazione delle regioni orientali, si è diffusa l’espressione Mezzogiorno tedesco, un parallelo con il Meridione italiano che non è casuale. Come il Sud Italia dopo l’Unità del 1861, anche l’ex DDR ha vissuto una sorta di annessione più che una fusione paritaria con il resto del paese. L’Ovest, economicamente più forte, ha imposto il proprio modello, determinando un rapido cambiamento che, se da un lato ha portato infrastrutture e investimenti, dall’altro ha lasciato un senso di spaesamento e marginalità. Tuttavia, questo lavoro non intende essere uno studio comparativo in senso stretto; il focus principale verterà sui nuovi Bundesländer, mentre i parallelismi e le divergenze con il Mezzogiorno italiano verranno affrontati punto per punto laddove risulteranno utili per chiarire specifici aspetti della trasformazione vissuta dalle regioni orientali della Germania, a partire dalle differenze tra il processo di riunificazione tedesca e l’annessione del Sud Italia.
Nel ripercorrere il percorso di queste regioni a più di trent’anni dalla riunificazione, emergono domande fondamentali: quali sono stati i reali benefici di questo processo? Quanto il divario tra Est e Ovest si è effettivamente ridotto? E, soprattutto, perché ancora oggi molti cittadini dell’ex DDR avvertono un senso di perdita, nostalgia e insoddisfazione? Il quadro economico suggerisce una realtà ambivalente. Da un lato, ingenti investimenti e trasferimenti finanziari hanno permesso un miglioramento delle infrastrutture e dei servizi; dall’altro, la chiusura massiccia di industrie e imprese statali ha portato a un’esplosione della disoccupazione, un esodo verso l’Ovest e un progressivo senso di frustrazione. Rispetto al Meridione italiano, che ha vissuto una modernizzazione industriale parziale e spesso frammentaria, la Germania orientale ha subito una transizione brutale: il passaggio dall’economia pianificata socialista al capitalismo occidentale è stato repentino, senza un vero piano di adattamento.
Ma se l’aspetto economico è centrale, lo è altrettanto quello culturale e identitario. Il fenomeno dell’Ostalgie – la nostalgia per l’Ost, la vita nella DDR – non è solo un vezzo sentimentale, ma un segnale rivelatore di una frattura mai completamente sanata. Non si tratta di rimpiangere il regime socialista in sé, quanto piuttosto di recuperare un senso di stabilità, di comunità, di sicurezza sociale. Per chi è cresciuto nell’Est, il passaggio alla Germania unificata è stato non solo un cambiamento di sistema politico ed economico, ma un vero e proprio strappo biografico: il mondo in cui erano nati e cresciuti è svanito nel giro di pochi mesi, sostituito da un nuovo ordine che non sempre è stato percepito come inclusivo o giusto.
Un elemento che distingue i nuovi Bundesländer dal Mezzogiorno italiano è il ruolo dello Stato. Se da un lato la Germania ha investito somme enormi per modernizzare l’Est, con un intervento che in termini di fondi è stato molto più massiccio di quanto mai destinato al Sud Italia, dall’altro anche la burocrazia e le dinamiche amministrative hanno funzionato con maggiore efficienza. Eppure, nonostante gli sforzi, il divario persiste: le opportunità di lavoro qualificato continuano a essere inferiori rispetto all’Ovest, i giovani tendono a spostarsi verso le città occidentali e la sfiducia nelle istituzioni si riflette in un consenso crescente verso movimenti populisti ed estremisti.
Lo scopo essenziale di questo contributo non è solo misurare il successo o il fallimento della riunificazione attraverso dati economici e sociali, ma comprendere il vissuto delle persone. La riunificazione tedesca è stata un processo politico e amministrativo, ma anche una profonda trasformazione esistenziale per milioni di individui. Cosa significa, per chi ha vissuto in prima persona questo passaggio, sentirsi parte di una Germania unita? Alla fine, la riunificazione della Germania è davvero completa, o il Muro, pur non essendo più visibile, continua a esistere sotto altre forme, come “Muro nella testa” e nella società? (Süssmuth, 1992)
1. Il dibattito sulla nozione di “Mezzogiorno tedesco”
L’uso della metafora del “Mezzogiorno tedesco” per descrivere le difficoltà economiche dei nuovi Bundesländer dopo la riunificazione ha dato origine a un vivace dibattito tra economisti e storici. L’analogia con il Sud Italia mira a evidenziare l’esistenza di una regione strutturalmente dipendente dai trasferimenti pubblici, segnata da una debolezza produttiva e da un alto tasso di disoccupazione. Si esporranno adesso alcune interpretazioni sul concetto di “Mezzogiorno tedesco” che rappresentano solo una parte del dibattito sull’argomento. Questa interpretazione, va osservato, è oggetto di opinioni contrastanti, che variano da una lettura favorevole alla sua utilità analitica fino a una critica severa della sua applicabilità.
Uno dei principali promotori dell’uso di questa espressione è Hans-Werner Sinn, che ha sottolineato come l’unificazione monetaria del 1990 abbia portato alla perdita di competitività dell’industria della Germania orientale, determinando una dinamica simile a quella vissuta dal Mezzogiorno italiano dopo l’Unità d’Italia (Sinn& Westermann, 2001: 1-36). L’assorbimento del marco orientale nel marco occidentale a un tasso di cambio sfavorevole, unito a una rapida crescita dei salari senza un corrispettivo incremento della produttività, avrebbe determinato un collasso industriale paragonabile alla deindustrializzazione del Sud Italia nel secondo dopoguerra. Sinn evidenzia inoltre il peso della Treuhandanstalt, l’agenzia incaricata della privatizzazione delle aziende della DDR, il cui operato viene ritenuto controverso poiché molte imprese furono chiuse o vendute a gruppi occidentali senza reali prospettive di sviluppo (Sinn, 2003:259-267).
Di segno radicalmente diverso è l’interpretazione di Vladimiro Giacché, che considera l’uso della metafora meridionalista come un modo per occultare le reali cause della crisi economica della Germania orientale. Egli sostiene che la riunificazione sia stata gestita come un’“annessione” piuttosto che come un processo di integrazione paritaria, con effetti devastanti sul sistema produttivo locale. Secondo Giacché, l’equiparazione tra la DDR e il Mezzogiorno italiano rischia di minimizzare le responsabilità delle politiche economiche adottate dopo il 1990, presentando il declino industriale come un fenomeno inevitabile piuttosto che come il risultato di precise scelte politiche ed economiche (Giacché, 2013: 81-83).
Più sfumata è invece l’analisi di Boltho, Carlin e Scaramozzino, i quali riconoscono alcune affinità tra la situazione della Germania orientale e quella del Sud Italia, ma mettono in luce anche significative differenze. Se è vero che entrambi i contesti si caratterizzano per una forte dipendenza dai trasferimenti statali e per un divario strutturale rispetto alle rispettive aree più sviluppate, la Germania orientale possiede caratteristiche che la distinguono dal Mezzogiorno italiano, come una maggiore dotazione infrastrutturale e una più alta qualificazione della forza lavoro. Inoltre, essi sottolineano come, a differenza del Mezzogiorno, i Länder orientali abbiano potuto beneficiare dell’integrazione in un sistema economico avanzato e tecnologicamente all’avanguardia, con effetti potenzialmente positivi nel lungo periodo (Boltho et alii, 1997: 241–264; Id., 2018, 308-325).
Herbert Hax considera il confronto tra il Mezzogiorno italiano e i nuovi Bundesländer un modello utile per analizzare le dinamiche di dipendenza economica e gli squilibri strutturali. La sua prospettiva, tuttavia, non è priva di sfumature: pur riconoscendo le analogie tra le due realtà, evidenzia il rischio che la Germania orientale possa trovarsi intrappolata in una condizione di dipendenza e arretratezza rispetto all’Ovest, così come è avvenuto al Sud Italia nei confronti del Nord. L’elemento centrale della sua analisi è la necessità di un equilibrio tra il sostegno economico e la capacità dell’Est di sviluppare una propria autonomia. La sua interpretazione affianca l’analisi economica alla dimensione identitaria, differenziandosi da approcci più incentrati sull’annessione economica e politica (Hax, 2001: 43-59).
Questi pochi esempi riflettono la complessità del fenomeno e la difficoltà di applicare modelli interpretativi statici a contesti storici ed economici diversi. Se da un lato l’analogia con il Mezzogiorno italiano aiuta a mettere in luce le difficoltà strutturali dell’ex DDR, dall’altro rischia di ridurre la specificità delle dinamiche tedesche a un semplice schema di dipendenza economica, trascurando le peculiarità istituzionali, sociali e culturali di ciascun contesto.
Nel panorama degli studi che hanno posto a confronto il Mezzogiorno italiano e i nuovi Bundesländer, emerge un’assenza significativa: nessun autore, da quanto risulta, sembra aver indagato nel dettaglio un parallelo tra la riunificazione tedesca e l’unificazione italiana del 1861. Le comparazioni, infatti, si concentrano prevalentemente sulla condizione del Sud Italia a partire dal secondo dopoguerra, se non addirittura su epoche più recenti.
Questa scelta appare metodologicamente fondata. La distanza temporale tra i due processi di unificazione, le profonde differenze nei sistemi di governo e nelle dinamiche politiche, nonché il contesto storico in cui l’uso della forza militare e della repressione cruenta non rappresentavano un’eccezione, rendono il confronto tra il Risorgimento e la riunificazione tedesca poco produttivo sul piano analitico.Tuttavia, qualche cenno alle modalità di annessione del Mezzogiorno da parte del Regno d’Italia qui appare comunque opportuno, poiché quell’evento continua a occupare un ruolo centrale nella memoria collettiva meridionale, una questione irrisolta e non compiutamente elaborata alla luce delle risposte che lo Stato ha dato o non ha dato nel corso del tempo ai problemi del Sud. Così come la caduta del Muro e la riunificazione tedesca rappresentano tuttora l’origine di benefici ma anche di criticitàinsuperateper i tedeschi dell’Est.
2. Unificazione e annessione: due storie di integrazione tra conflitti e rivoluzioni
L’annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno d’Italia (1860-1861) e la riunificazione della Germania dopo la Rivoluzione pacifica del 1989 sono due esempi emblematici di come l’integrazione di territori in un nuovo assetto politico possa avvenire in modi radicalmente diversi. Se nel primo caso l’unità fu imposta con la guerra e consolidata attraverso una repressione militare, nel secondo fu il popolo stesso a spingere per la dissoluzione di uno Stato e la sua integrazione in un altro.
Prima della loro annessione, il Regno delle Due Sicilie e la DDR erano due Stati profondamente diversi, sia dal punto di vista istituzionale che economico.Il Regno delle Due Sicilie, governato dalla dinastia borbonica, era una monarchia assoluta con un’amministrazione centralizzata e una forte tradizione burocratica.Questo modello istituzionale rigido e autoritario contribuì a rendere il passaggio all’Italia unitaria particolarmente traumatico. Sul piano economico, il Regno delle Due Sicilie presentava elementi di sviluppo, con industrie tessili e cantieri navali di rilievo, ma il sistema produttivo era ancora fortemente sbilanciato verso l’agricoltura e dominato da grandi latifondi, con una popolazione contadina spesso in condizioni di estrema povertà. Questo contrasto con il più dinamico Nord Italia rese l’integrazione economica particolarmente difficile.
La DDR, invece, nacque nel 1949 come Stato socialista sotto l’influenza sovietica. Qui il modello economico era diametralmente opposto: il settore industriale era nazionalizzato, l’agricoltura collettivizzata, e il mercato rigidamente controllato dallo Stato (Fulbrook, 2009a: 111-125). L’apparato politico era altrettanto monolitico, con il partito unico (SED) che esercitava un controllo capillare sulla società, affiancato dalla Stasi, la polizia segreta che soffocava ogni forma di dissenso. Nonostante un’iniziale industrializzazione, a partire dagli anni ’80 la stagnazione economica e il divario con la Germania Ovest divennero insostenibili, alimentando il malcontento popolare.
Malgrado le differenze, entrambi gli Stati condividevano una caratteristica comune: erano entità politiche e sociali distinte rispetto ai Paesi in cui sarebbero stati annessi. Il Regno delle Due Sicilie aveva una sua identità storica e culturale, così come la DDR aveva sviluppato una propria coscienza collettiva nei decenni di separazione dalla Germania Ovest. Questa distanza, più che geografica, avrebbe reso il processo di integrazione estremamente difficile.
L’annessione del Regno delle Due Sicilie non fu un semplice atto amministrativo, ma il risultato di una guerra seguita da un lungo conflitto interno. Si espresse infatti anche come guerra al brigantaggio che non fu un fenomeno di banditismo ma una forma di resistenza politica e sociale, alimentata dall’insoddisfazione delle classi popolari e dalla repressione sabauda.
Dopo la caduta del regno borbonico, il Sud si trovò in una condizione di instabilità permanente. Le insurrezioni contadine, spesso guidate da ex soldati borbonici, non furono semplici atti di ribellione isolati, ma espressione di un rifiuto diffuso dell’autorità del nuovo Stato italiano. In risposta, il governo sabaudo inviò un massiccio contingente militare e applicò misure di repressione brutale: villaggi incendiati, esecuzioni sommarie, arresti di massa e deportazioni.Il conflitto tra il Mezzogiorno e il nuovo Stato unitario non si esaurì con la fine del brigantaggio, ma lasciò un’eredità pesante. La violenza con cui fu gestita l’annessione contribuì a creare un profondo senso di estraneità del Sud rispetto all’Italia unita, un sentimento che avrebbe avuto conseguenze durature sulle dinamiche politiche e sociali del paese.
Nel 1863, la legge Pica sancì ufficialmente una politica repressiva senza precedenti, che trasformò il Sud in un territorio occupato militarmente. Questo trauma segnò per decenni il rapporto tra il Mezzogiorno e lo Stato unitario, alimentando una frattura che avrebbe avuto conseguenze durature.
Nella DDR la dissoluzione dello Stato socialista e la sua annessione alla Repubblica Federale furono il risultato di un movimento popolare che venne definita Rivoluzione pacifica. Le prime fasi della rivoluzionedel 1989, invero, non furono prive di tensioni e repressioni. Le proteste iniziarono nel settembre di quell’anno con le dimostrazioni del lunedì a Lipsia, ma furono subito ostacolate dalla Polizia del popolo, che cercò di disperdere i manifestanti attraverso arresti e intimidazioni. Il 9 ottobre, con 70.000 persone in marcia per le strade, il regime si trovò di fronte a un bivio: reprimere con la violenza, rischiando un bagno di sangue sul modello di Piazza Tienanmen, oppure lasciare che le proteste proseguissero. Dopo momenti di grande incertezza, il governo scelse la seconda opzione, evitando un’escalation militare (Jarausch, K. H. 1994, 36-37; 44-46). Questa sequenza di eventi dimostra come la narrazione di una Rivoluzione pacifica priva di repressione iniziale sia stata, in parte, edulcorata. In realtà, nelle prime settimane, il regime tentò di contenere le proteste con i mezzi repressivi della Stasi e della Polizia del popolo, ma fu presto costretto a fare un passo indietro.
Da quel momento, la repressione si allentò e le manifestazioni crebbero rapidamente, segnando l’inizio del crollo del regime. Nell’autunno del 1989, le strade della Germania dell’Est si riempirono di voci nuove, di un coraggio che fino a poco tempo prima sembrava impensabile. “Noi siamo il popolo!” gridavano i manifestanti, trasformando quello slogan in un simbolo della volontà di cambiamento. contro un regime che, per quarant’anni, li aveva sorvegliati, limitati, repressi. All’inizio, nessuno aspiravaalla riunificazione con l’Ovest: la lotta era per la democrazia, per il diritto di parola e la libertà di stampa, per il superamento di un sistema chiuso e soffocante, per la libertà di viaggiare all’estero. Il Muro di Berlino cadde il 9 novembre 1989 (Giacché, 2013:5; Pollack, 2020: 31-36; 62-67). Eppure, nel giro di pochi mesi, quel grido cambiò. “Noi siamo un popolo!” iniziarono a gridare gli stessi manifestanti: chiedevano la riunificazione (Pollack, 2020: 90-100; 111-114).
Come si passò dalla richiesta di riforme all’esigenza di una riunificazione completa? La risposta si trova in un misto di speranza, disillusione e fredda Realpolitik. La DDR, con la sua economia ormai in ginocchio, era un gigante dai piedi d’argilla. I suoi cittadini iniziarono a guardare alla Germania Ovest come all’unico orizzonte possibile. E il cancelliere Helmut Kohl colse il momento, guidando il processo con una velocità che lasciò poco spazio alla riflessione.Quando la protesta iniziò, molti manifestanti speravano che la DDR potesse cambiare senza scomparire. Dopo tutto, Michail Gorbačëv stava sperimentando la perestrojka in Unione Sovietica, e in tanti sognavano una via simile per la Germania Est: mantenere un certo livello di sicurezza sociale, ma con più libertà politiche e un sistema più aperto.
Poi la realtà si impose con brutalità. Il regime della DDR non aveva la flessibilità dell’URSS: il suo apparato si sgretolò in pochi mesi, incapace di riformarsi. Intanto, la popolazione continuava a fuggire: ogni settimana migliaia di persone scappavano a Ovest, accelerando il collasso dello Stato. La possibilità di una DDR riformata si dissolveva giorno dopo giorno.
3. I “paesaggi fiorenti” del Cancelliere
Il primo luglio 1990, Helmut Kohl in un celebre discorsopromise che la Germania Est si sarebbe trasformata in “paesaggi fiorenti” di opportunità e crescita economica (Kohl, 1990). Kohl aveva compreso che l’umore della popolazione stava cambiando. Presentò un piano in dieci punti per una graduale riunificazione, ma presto si rese conto che la gente non voleva gradualità: voleva il marco tedesco, voleva le stesse opportunità dell’Ovest, voleva il cambiamento immediato.
Il primo luglio 1990 era il giorno in cuipartiva la riunificazione economica che precedette quella politica e che venne presentata come un “regalo” che la Repubblica Federale faceva ai cittadini della DDR: il marco occidentale divenne la valuta ufficiale anche nella DDR con un cambio di 1:1. Di fatto fu un regalo visto che il valore del marco orientale era molto più basso; si videro i cittadini della DDR andare a commutare i loro risparmi nella nuova valuta, cosa che consentì loro di acquistare i beni di consumo occidentali che andavano a sostituire i prodotti della DDR nei supermercati e nei negozi. Ma il prezzo fu altissimo: in breve tempo ci si rese conto che la produttività delle aziende orientali era molto più bassa rispetto a quelle occidentali, e la nuova moneta rese i loro prodotti troppo costosi da esportare. Di colpo, le fabbriche dell’Est si trovarono fuori mercato. La Treuhandanstalt, l’agenzia creata per gestire la transizione economica, avrebbe dovuto modernizzare le industrie della DDR, renderle competitive. Invece, accelerò il loro smantellamento. Le imprese furono privatizzate in fretta, spesso vendute a prezzi irrisori a investitori occidentali, che più che rilanciarle le chiusero per eliminare la concorrenza.
La piena occupazione che nella DDR era garantita per legge era finita. Per la prima volta, milioni di tedeschi orientali si trovarono senza lavoro e senza prospettive. Da un giorno all’altro, le città industriali della Germania Est divennero luoghideserti. La velocità con cui si arrivò alla riunificazione non lasciò spazio a trattative reali. Sul piano giuridico, la DDR non venne riconosciuta come uno Stato da integrare, ma semplicemente assorbita. Attraverso l’articolo 23 della sua “Legge Fondamentale”, la Repubblica Federale Tedesca estese il suo sistema politico e amministrativo all’Est, senza negoziare alcuna fusione tra due entità sovrane (Giacché, 2013: 27-28).
La DDR fu smantellata, i suoi ministeri furono chiusi, i suoi funzionari sostituiti da burocrati occidentali, il suo sistema giuridico spazzato via. L’Est divenne un territorio da riorganizzare secondo i parametri occidentali, e chiunque provenisse dall’amministrazione della DDR fu considerato con sospetto. Il risultato fu una sensazione diffusa tra i cittadini orientali di essere stati “colonizzati” più che riunificati.
Senza un vero piano di investimenti, con industrie liquidate e milioni di persone senza lavoro, l’Est entrò in un periodo di crisi che avrebbe lasciato cicatrici profonde, quella che doveva essere la grande festa della riunificazione si trasformò, per molti, in una realtà amara. L’Est era parte della Germania, sì, ma a quale prezzo? Il passaggio dal socialismo della DDR al capitalismo occidentale non è stato solo un cambio di sistema economico, ma un trauma collettivo che ha ridisegnato la società dell’Est in modo profondo e spesso doloroso.
Il sistema assistenziale aveva generato una forte dipendenza dalle politiche sociali, con un incremento del malcontento tra la popolazione orientale. Un’altra conseguenza della riunificazione è stata la forte migrazione interna dalla ex DDR alla Germania occidentale. Tra il 1990 e il 2010, circa 3,7 milioni di persone hanno lasciato l’Est per cercare migliori opportunità economiche all’Ovest, con una perdita netta di popolazione giovanile altamente qualificata. Parallelamente, l’Est ha visto un aumento dell’immigrazione straniera, specialmente dopo il 2015 con la crisi dei rifugiati. Questo ha esacerbato tensioni sociali già esistenti, portando a un aumento dell’estrema destra e della xenofobia in alcune aree.
Va comunque osservato anche che nel dibattito sulla riunificazione tedesca, numerose interpretazioni hanno enfatizzato l’idea di un’annessione economica unilaterale dei nuovi Bundesländer da parte della Germania Federale, sottolineando gli effetti negativi di un’integrazione avvenuta prevalentemente alle condizioni dell’Ovest. Questa prospettiva rischia di oscurare un aspetto fondamentale: l’ingente mole di investimenti e risorse che la Repubblica Federale ha destinato alla modernizzazione industriale dell’Est, un impegno senza precedenti nella storia economica contemporanea.
La principale fonte di finanziamento di questa operazione è stata il “contributo di solidarietà”, un’imposta supplementare introdotta dal governo Kohl nel 1991 e mantenuta dai governi successivi fino al 2021. Inizialmente concepito come un contributo temporaneo per sostenere non solo la riunificazione, ma anche le spese della Seconda guerra del Golfo e l’aiuto ai paesi dell’Europa centro-orientale, dal 1995 divenne un prelievo permanente destinato specificamente alla ricostruzione economica e infrastrutturale dell’ex DDR. Pagato in proporzione al reddito da tutti i lavoratori dell’Ovest, il “contributo di solidarietà” ha rappresentato un sacrificio significativo per molte famiglie della classe media e medio-bassa, determinando un ridimensionamento delle loro risorse e dei progetti di lungo termine. Ne è derivato un sentimento di frustrazione non tanto nei confronti dei cittadini dell’Est, quanto piuttosto verso l’onerosa operazione finanziaria della riunificazione.
Nonostante queste tensioni, è innegabile che i fondi raccolti attraverso il contributo di solidarietà abbiano finanziato una trasformazione profonda dell’Est tedesco: dalla modernizzazione delle infrastrutture alla ricostruzione dei centri urbani, fino al sostegno all’innovazione tecnologica. Complessivamente, si stima che tra il 1990 e il 2019 siano stati spesi circa 2.000 miliardi di euro per integrare economicamente i nuovi Bundesländer.
In merito alle risposte dello Stato, emerge la differenza fondamentale tra i due Mezzogiorni. Anche l’Italia ha provato a colmare il divario tra Nord e Sud, ma con un approccio molto diverso. Tra il 1950 e il 1984, la Cassa per il Mezzogiorno ha finanziato progetti infrastrutturali e industriali nel Sud, con risultati alterni. Sono state costruite strade, ponti, acquedotti, ma molti progetti si sono arenati a causa della cattiva gestione e della corruzione (Felice, 2013: 109-111).
A differenza della Germania, l’Italia ha puntato più sul pubblico impiego che sullo sviluppo industriale. Negli anni ‘70 e ‘80, l’espansione del settore pubblico nel Sud ha creato posti di lavoro, stabilizzando l’occupazione, ma senza generare una vera crescita economica. Dal punto di vista salariale e occupazionale, la differenza è netta. Oggi il tasso di disoccupazione nei nuovi Bundesländer non è molto distante dalla media nazionale, mentre nel Mezzogiorno italiano è ancora molto superiore a quello del Nord.
Insomma, se è vero che la riunificazione tedesca ha lasciato ferite aperte, è altrettanto vero che lo Stato ha investito in modo massiccio per sanare le differenze. In Italia, invece, la frattura tra Nord e Sud è rimasta più radicata, anche perché l’intervento statale non è stato altrettanto incisivo. La Germania ha cercato di trasformare il proprio divario interno in una sfida da vincere con investimenti e riforme. L’Italia, invece, lo ha spesso accettato come un dato di fatto, limitandosi a tamponare le emergenze senza mai risolverle davvero.
A ben vedere, non sarebbe nemmeno necessario produrre molti dati empirici dettagliati per evidenziare le differenze tra quanto ha fatto lo Stato tedesco per i nuovi Bundesländer e l’entità dell’impegno profuso, dal secondo dopoguerra a oggi, nella ristrutturazione delle infrastrutture del Mezzogiorno, ad esempio, strade, ferrovie, aeroporti, centri urbani.
Anche sull’attribuzione delle responsabilità del divario Nord-Sud in Italia il dibattito ha spesso oscillato tra posizioni diametralmente opposte e unilaterali: da un lato, vi è chi attribuisce le difficoltà meridionali esclusivamente a una scarsa attenzione da parte del Nord, dello Stato e delle politiche nazionali che risale già all’epoca post unitaria; dall’altro,c’è chi esprime una tesimeramente “accusatoria”, individuando la causa del ritardo del Sud nei meridionali stessi, senza distinguere tra le diverse classi sociali meridionali e tra chi ha beneficiato della condizione di arretratezza e chi ne ha subito le conseguenze. Entrambe le tesi, se assunte in modo assoluto, rischiano di fornire letture parziali della questione. Come è stato evidenziato, un’analisi equilibrata deve tenere conto tanto delle responsabilità storiche dello Stato e del Nord, quanto delle dinamiche interne che hanno influenzato lo sviluppo del Sud (Felice, 2016: 11-13; 172-173; 196ss.).
4. Ossi-Rassismus: le radici della discriminazione nell’Est tedesco
L’evoluzione dell’identità tedesca post-riunificazione ha generato tensioni tra Est e Ovest, portando alla nascita di una discriminazione sociale definita “Ossi-Rassismus”. Le espressioni Ossi e Wessi, inizialmente semplici abbreviazioni geografiche, hanno assunto una connotazione culturale e sociale, riflettendo il divario esistente tra le due Germanie. Se negli anni ’90 questi termini erano usati in modo dispregiativo, nel tempo la loro valenza è cambiata, pur mantenendo tracce della discriminazione originaria. La riunificazione ha infatti lasciato una profonda eredità di disuguaglianze, alimentando sentimenti di marginalizzazione tra gli ex cittadini della DDR (Jarausch, 1994: 204-205). Questo contesto ha favorito l’emergere di un atteggiamento discriminatorio da parte degli occidentali Wessis, che percepivano gli orientali Ossis come arretrati e incapaci di adattarsi al nuovo sistema. Le difficoltà nell’integrazione amministrativa e il sostegno economico da parte dell’Ovest hanno accentuato questa percezione, alimentando una dinamica di superiorità occidentale e di risentimento orientale (Jarausch, 1994: 190).
Le forme di discriminazione si sono manifestate in vari ambiti: sul mercato del lavoro, gli Ossis hanno spesso visto svalutate le proprie qualifiche e ridotte le opportunità di carriera. Espressioni come “Jammer-Ossi” li dipingevano come perennemente lamentosi e incapaci di autonomia. Negli stereotipi culturali, i Wessis hanno descritto gli Ossis come provinciali e resistenti al cambiamento, mentre il termine “Besser-Wessi” è stato usato dagli orientali per etichettare gli occidentali arroganti. Nei media e nella politica, nei primi anni dopo la riunificazione, il potere politico ed economico è rimasto in mano agli ex cittadini della Germania Ovest, mentre gli Ossis sono stati rappresentati nei media con stereotipi negativi (Ahbe, 2005: 31-34).
Alcuni studiosi hanno sottolineato le analogie tra la discriminazione contro gli Ossis e il razzismo etnico. In entrambi i casi, un gruppo dominante costruisce una narrazione di inferiorità nei confronti di un altro gruppo, contribuendo alla sua marginalizzazione sociale. Tuttavia, esistono differenze significative alla base della discriminazione: mentre il razzismo contro le persone di colore si fonda su differenze biologiche ed etniche, il “razzismo sociale” contro gli Ossis è legato a un passato storico ed economico (Heide.et al., 2023: 67-83). Gli Ossis, essendo bianchi e tedeschi, possono teoricamente integrarsi nel contesto occidentale più facilmente rispetto alle persone di colore, che restano riconoscibili come “diversi”. Il razzismo etnico affonda le radici nel colonialismo e nella schiavitù, mentre la discriminazione verso gli Ossis è un fenomeno recente, nato con la riunificazione tedesca.
La situazione è quindi più assimilabile al divario economico e culturale tra Nord e Sud Italia, dove per decenni i meridionali sono stati visti come meno moderni e dinamici, venendo spesso derisi con termini dispregiativi come “terùn”.
Negli ultimi anni, la discriminazione contro gli Ossis si è attenuata grazie a diversi fattori, ad esempio, le nuove generazioni: i giovani cresciuti dopo la riunificazione tendono a identificarsi più con un’identità tedesca unitaria; i nuovi Bundesländer hanno beneficiato di una crescita economica, riducendo le disparità con l’Ovest. È inoltre subentrata una maggiore consapevolezza del problema, per cui istituzioni e aziende promuovono oggi politiche di inclusione e valorizzazione dell’Est.
Tuttavia, il risentimento tra Ossis e Wessis persiste in alcuni ambiti, come il mercato del lavoro e la rappresentazione mediatica. Il linguaggio politico ha contribuito a questa divisione, alimentando la retorica populista di estrema destra che attinge al sentimento di vittimizzazione degli Ossis (Pollack, 2020: 172). Allo stesso tempo, parte della popolazione occidentale ritiene di non ricevere sufficiente riconoscimento per i costi della riunificazione e per il supporto fornito all’Est (Pollack, 2020: 178-179).
Se negli anni ’90 la narrazione dominante tendeva a ridicolizzare gli Ossis, oggi il discorso pubblico è più empatico, riconoscendo le difficoltà della transizione. Tuttavia, permangono rappresentazioni distorte della Germania orientale, che spesso viene descritta come una regione “altra” rispetto all’Ovest, alimentando differenze identitarie e politiche.
5. Una purga silenziosa: la sostituzione delle élite dell’Est e la colonizzazione culturale
La riunificazione della Germania non ha riguardato solo l’unione di due economie, ma anche lo scontro tra due sistemi di sapere e potere. Mentre a livello politico ed economico l’integrazione è stata descritta come una necessità storica, sul piano culturale e professionale ha assunto i contorni di un’annessione unilaterale. La scomparsa delle élite della DDR non è stata un processo amministrativo, ma unatrasformazione sistematica e radicale. Giudici, dirigenti pubblici, amministratori locali, professori universitari e persino direttori di ospedali sono stati sostituiti in massa da funzionari dell’Ovest. Si calcola che circa il 70-80% delle posizioni di leadership nei nuovi Bundesländer sia stato occupato da occidentali nei primi anni.
Certo, molte figure di rilievo erano legate al Partito di Stato e alla sua ideologia, e una revisione del personale era inevitabile. Ma quello che avvenne fu più di una semplice epurazione politica. Anche figure tecniche e amministrative senza particolari vincoli con il regime vennero accantonate, non perché fossero inefficienti ma perché il loro sapere era ritenuto inadatto e obsoleto.
Pochi settori hanno vissuto questa transizione con la brutalità del mondo accademico. Nei primi anni della riunificazione, più di un terzo dei professori universitari della DDR fu licenziato. L’università socialista era vista come un’istituzione permeata dall’ideologia marxista-leninista, quindi il cambiamento non poteva essere solo formale: bisognava rifondare l’intero sistema.
Molti docenti dell’Est non vennero nemmeno sottoposti a una valutazione approfondita. Bastava essere stati parte del sistema per essere considerati inaffidabili. Il risultato? La maggior parte dei nuovi docenti universitari nei nuovi Bundesländer veniva dall’Ovest. Non si trattava solo di una sostituzione di personale, ma di una vera e propria imposizione di un modello culturale.
Gli accademici dell’Est non erano solo esclusi: erano screditati. La loro formazione veniva considerata come un relitto del passato, buono per i musei ma non per formare le nuove generazioni. La presunta superiorità del sapere occidentale non fu solo percepita dagli esclusi, ma anche espressa ufficialmente. In documenti ministeriali e dichiarazioni pubbliche si parlava della necessità di un rinnovamento totale delle istituzioni accademiche dell’Est, come se non ci fosse nulla da salvare.
Non furono solo i professori a trovarsi improvvisamente fuori dal sistema. Anche gli studenti e i laureati della DDR si trovarono con titoli di studio che valevano meno di quanto avessero mai immaginato. Se un ingegnere o un medico formato in Occidente trovava immediatamente impiego, un laureato dell’Est doveva riconvertirsi, integrare il proprio percorso o accettare lavori meno qualificati. Molti si videro rifiutare opportunità lavorative non perché fossero incompetenti, ma perché la loro formazione era considerata “di seconda categoria”. Questo valeva soprattutto per le scienze umane e sociali, dove l’influenza ideologica era considerata più marcata. Ma anche i tecnici e gli scienziati dell’Est dovettero lottare per dimostrare che il loro sapere aveva valore.
Il messaggio implicito era devastante: se ti sei formato nella DDR, vali meno. Un’intera generazione di professionisti si trovò a dover ricominciare da capo, spesso con stipendi più bassi e minori opportunità di carriera. Non sorprende che molti abbiano vissuto questa fase come una profonda umiliazione, un colpo alla loro identità professionale e personale.
L’epurazione delle élite della DDR e la svalutazione delle loro conoscenze non sono stati semplici effetti collaterali della riunificazione, ma parte integrante di un processo di annessione. La Germania occidentale ha imposto il suo modello in modo netto, lasciando poco spazio alla valorizzazione di ciò che la DDR aveva prodotto in termini di competenze e professionalità. L’esclusione dal mondo del lavoro, la svalutazione della propria formazione hanno contribuito anch’essi ad alimentare un risentimento che non si è mai del tutto spento.
Tracciando un raffronto con la sostituzione delle élite nel Mezzogiorno italiano, dopo l’Unificazione del 1861, si può osservare l’impiego di metodi simili. Il Sud subì una profonda trasformazione delle sue classi dirigenti e culturali, con un ricambio imposto dall’alto che ebbe conseguenze durature sulla percezione identitaria dei meridionali. La nuova classe dirigente, formata in gran parte da funzionari, militari e amministratori provenienti dal Nord, sostituì rapidamente l’élite borbonica locale, spesso bollata come arretrata o connivente con il vecchio regime. Questo fenomeno non si limitò alla politica e all’amministrazione, ma si estese anche alla scuola, alla magistratura e all’economia, dove i nuovi quadri provenivano quasi esclusivamente dalle regioni settentrionali. L’impatto di questa sostituzione fu aggravato dal fatto che la popolazione meridionale, in larga parte analfabeta e priva di titoli di studio, non poté prendere parte attiva alla costruzione del nuovo Stato. L’assenza di una classe media istruita che potesse mediare tra il vecchio e il nuovo ordine lasciò spazio a una percezione di estraneità e di colonizzazione culturale, con l’imposizione di una visione della storia e dell’amministrazione estranea alle tradizioni locali.
Ancora oggi, questa dinamica è visibile: il numero di magistrati e funzionari pubblici provenienti dal Nord e impiegati nel Sud è significativo. Ciò testimonia la persistenza di un divario strutturale che, più di 160 anni dopo l’Unità, continua a modellare i rapporti tra le due Italie. Anche nel settore dell’istruzione esisteva una presenza significativa di insegnanti provenienti dal Nord impiegati nelle scuole del Sud. Per lungo tempo, il sistema di assegnazione delle cattedre nella scuola pubblica ha favorito un significativo afflusso di insegnanti settentrionali nelle scuole del Sud. Le graduatorie nazionali e la maggiore disponibilità di posti nel Mezzogiorno hanno spinto molti docenti a trasferirsi temporaneamente, spesso con l’obiettivo di ottenere successivamente un trasferimento nelle proprie regioni di origine.
Dalla seconda metà degli anni 2010, però, questo fenomeno si è attenuato, se non invertito. Con l’aumento dei pensionamenti e il maggior numero di posti messi a concorso nelle regioni settentrionali, il Nord ha registrato una crescente domanda di insegnanti. Parallelamente, il calo della popolazione scolastica nel Sud ha ridotto le cattedre disponibili. Le nuove procedure concorsuali, sempre più regionalizzate, hanno inoltre spinto molti docenti a rimanere nel proprio territorio, evitando trasferimenti forzati. Quindi, se fino ai primi anni 2010 il movimento dal Nord al Sud era una tappa quasi obbligata per entrare nella scuola pubblica, oggi è meno sistematico e più equilibrato.
Dal punto di vista storico e simbolico, questa dinamica richiama la sostituzione delle classi dirigenti avvenuta dopo l’Unità d’Italia, alimentando la percezione di una trasmissione culturale imposta dall’alto, piuttosto che sviluppata nel riconoscimento delle specificità locali. Sebbene meno evidente oggi, questa tensione ha segnato a lungo il dibattito sulle differenze territoriali nell’istruzione italiana.
6. Ostalgie: memoria, identità e resistenza alla colonizzazione culturale
La Ostalgie, fusione dei termini Ost (Est) e Nostalgie, è ben più di un semplice rimpianto per la Repubblica Democratica Tedesca (DDR). È un fenomeno stratificato, in cui si intrecciano memoria personale e collettiva, costruzione identitaria e reazione alla marginalizzazione post-riunificazione. Se da un lato si manifesta attraverso il consumo di oggetti, immagini e simboli della DDR, le automobili Trabant, i cetriolini dello Spreewald, la musica di Karat o i notiziari della Aktuelle Kamera, dall’altro è una risposta profonda alla frattura biografica vissuta da milioni di cittadini orientali dopo il 1990 (Ahbe, 2005:45-53).
L’Ostalgie non è solo una nostalgia del passato, ma una forma di autodifesa contro l’egemonia culturale occidentale, un modo per resistere a una narrazione che ha ridotto l’esperienza della DDR alla sola repressione politica. Nel momento in cui la Germania riunificata ha imposto un’identità nazionale modellata sull’esperienza occidentale, l’Ostalgie ha funzionato come un collante per riunire le biografie spezzate di chi si è sentito improvvisamente straniero nella propria terra. In questo contesto, l’Ostalgie assume una funzione reattiva, un atto di resistenza a quella che alcuni intellettuali orientali hanno definito una “colonizzazione culturale” e non ha un significato politico, non esprime il rimpianto per il sistema di governo della DDR (Ahbe, 2016:92-93). Il risentimento verso la percezione di essere cittadini di serie B si è tradotto in un’operazione di recupero di simboli, linguaggi e oggetti che dessero continuità all’identità orientale.
L’Ostalgie della DDR è stata esplorata in modi diversi anche nel cinema, raggiungendo un pubblico internazionale oltre i confini dell’ex Germania Est. Due film emblematici, “Good Bye, Lenin!” e “Le vite degli altri”, hanno affrontato il tema con approcci opposti, ottenendo successo di pubblico e critica e contribuendo al dibattito sulla memoria della DDR. Esaminare questa produzione cinematografica, che ha avuto risonanza globale e non solo locale, è di grande importanza per comprendere come la descrizione del passato della DDR sia stata filtrata, reinterpretata e resa accessibile a un pubblico più ampio, influenzando così la percezione collettiva della sua eredità.
“Good Bye, Lenin!” (2003), diretto da Wolfgang Becker, racconta la storia di Alex, un giovane che, per proteggere la madre malata da uno shock, ricrea artificialmente il mondo della DDR all’interno del loro appartamento, nascondendole il crollo del Muro. Ma cosa rappresenta realmente “Good Bye, Lenin?” Non è una giustificazione politica della DDR, bensì un tentativo di preservare un mondo familiare e affettivo che è stato distrutto senza lasciare il tempo di elaborarne il lutto.La DDR nel film non è mostrata come un regime oppressivo, ma come un microcosmo fatto di relazioni, abitudini e rituali che danno senso alla vita quotidiana. Il protagonista, nel ricreare una DDR fittizia, offre un’allegoria della Ostalgie stessa: la costruzione di un passato selettivo, addolcito, in cui si salvano solo gli aspetti positivi.
Se “Good Bye, Lenin!” è stato accolto come un’espressione della Ostalgie, “Le vite degli altri” (2006), diretto da Florian Henckel von Donnersmarck. ha invece suscitato un dibattito molto diverso. Il film racconta la storia di un agente della Stasi, Gerd Wiesler, incaricato di sorvegliare un drammaturgo sospettato di dissidenza. Attraverso l’ossessione per il suo “bersaglio”, Wiesler inizia a dubitare del sistema che serve, sino a diventare per questo anche lui vittima di quel sistema.Con una regia impeccabile, interpretazioni intense e una narrazione avvincente, “Le vite degli altri” offre un ritratto potente della sorveglianza nella DDR, raccontando con straordinaria efficacia l’angoscia dei sorvegliati e la devastazionedelle loro vite.
Il film, accolto con grande approvazione dal pubblico e da gran parte della critica, è stato però accusato di aver demonizzato non tanto la Stasi ma la DDR che nel film è ritratta quasi esclusivamente come uno stato di sorveglianza e controllo, privo di qualsiasi dimensione sociale o quotidiana. La Stasi è mostrata come un sistema totalitario onnipresente, senza spazio per ambiguità o sfumature. Per questo motivo alcuni studiosi hanno contestato il film sostenendo che crea un’immagine monolitica della DDR, facendo sembrare che ogni aspetto della vita socialista fosse dominato dalla paura e dalla repressione(Giacché, 2013: 88).
È condivisibile la tesi che la Ostalgie tenda a rimuovere il lato più cupo della DDR, scegliendo di ricordare la sicurezza economica, l’uguaglianza sociale e il senso di comunità, e mettendo in secondo piano la censura, la sorveglianza e la repressione del dissenso.D’altro lato, non si può nemmeno misconoscere l’esperienza di coloro che invece vissero all’epoca una “una vita perfettamente normale” e non vessata dalla sorveglianza e dal controllo (Fulbrook, 2009b: 5-9; 55-67).
7. “Che cosa resta”. Cosa vuole davvero salvare la Ostalgie?
“Che cosa resta”, scriveva Christa Wolf, la più grande scrittrice della DDR, una voce altissima della letteratura tedesca del Novecento. Lei, che aveva scelto di rimanere nell’Est anche dopo la caduta del Muro, sapeva che quella riflessione era anche una domanda che non riguardava solo il passato, ma anche il futuro (Wolf, 1990). Che cosa resta a chi si è opposto alla sorveglianza soffocante del regime, ma non si è mai riconosciuto nei miti fastosi dell’Occidente? A chi ha visto la propria vita – quella che fino a poco prima considerava “normale” – frammentarsi sotto il peso di un cambiamento che immaginava diverso? Rispondere a questa domanda significa provare a comprendere il senso più profondo dell’Ostalgie.
L’Ostalgie non è solo il recupero di simboli del passato, ma anche la volontà di preservare un’eredità culturale collettiva che non sia solo di sconfitta.Oltre agli oggetti e ai prodotti di consumo, ciò che essa vuole conservare è quello che si opponeall’individualismo percepito nella Germania capitalista. È il diritto a una storia propria: la DDR non viene rimpianta come regime autoritario, ma si rivendica il diritto a raccontarla non solo attraverso la lente della Stasi. La Ostalgie è inoltre una critica implicita al capitalismo sfrenato e alle disuguaglianze emerse dopo il 1990.
Invece di liquidare la Ostalgie come mera nostalgia, lo Stato dovrebbe coglierne i suggerimenti e riconoscere ciò che può ancora offrire alla Germania unificata. Uno di questi riguarda il sistema educativo e la formazione tecnica e scientifica. Nonostante l’impronta ideologica, le scuole e le università della DDR garantivano una preparazione solida, soprattutto in discipline come ingegneria, medicina e chimica, tanto che i laureati dell’Est erano molto richiesti nel blocco orientale. Piuttosto che svalutare in blocco i titoli di studio dell’Est, sarebbe stato più equo adottare un sistema di riconoscimento basato su criteri oggettivi, anziché su pregiudizi ideologici. Anche il modello sociale della DDR, pur con i suoi limiti, offriva una rete di protezione capillare, garantendo accesso diffuso a istruzione, sanità e servizi per l’infanzia. L’assistenza sanitaria gratuita e il welfare favorivano l’occupazione femminile senza penalizzazioni per la maternità.
Infine, c’è un aspetto psicologico e identitario che non può essere ignorato. La DDR, con tutti i suoi difetti, aveva creato una cultura della comunità e della solidarietà molto diversa dal modello individualista occidentale.
Esiste però anche il diritto a un racconto identitario proprio e, quando la memoria viene imposta dall’alto, si genera una reazione opposta: chi si sente escluso dalla memoria ufficiale tende a costruire una narrazione alternativa. Questo è il cuore dell’Ostalgie: un tentativo di riappropriarsi della propria storia senza doverla rinnegare completamente. Non si tratta di difendere il regime della DDR, ma di difendere il diritto di chi l’ha vissuto a raccontarlo nella sua complessità.Se la Germania vuole realmente superare la divisione tra Est e Ovest, è necessario un nuovo approccio alla memoria storica. Serve superare la dicotomia “dittatura vs democrazia”, riconoscendo che la DDR era un sistema autoritario, ma che al suo interno esistevano anche esperienze di vita autentiche e significative. È fondamentale valorizzare la storia sociale della DDR, non solo la sua storia politica e integrare il patrimonio esperienziale dell’Est nel discorso nazionale, invece di trattarla come un’anomalia.
In questo senso di può parlare di Ostalgie come di diritto alla complessità: come di un segnale che del fatto che la Germania unificata non ha ancora trovato un modo per integrare realmente il patrimonio condiviso dai cittadini dell’Est. Il fatto che, a oltre trent’anni dalla riunificazione, milioni di cittadini orientali continuino a sentirsi estranei alla narrazione ufficiale non può essere ignorato.Se la riunificazione fosse stata davvero un successo totale, ci sarebbe ancora bisogno di rivendicare una memoria alternativa? Se la DDR fosse stata solo repressione e povertà, perché così tante persone sentono ancora il bisogno di difendere almeno una parte della loro esperienza?
La risposta è che il passato non può essere una narrazione imposta dall’alto, un monologo scritto da chi ha trionfato, ma deve essere un dialogo, una costruzione collettiva che tenga conto di tutte le voci. Se la Germania vuole davvero diventare un’unica nazione, non può trattare la persistenza del ricordo dell’Est come una parentesi scomoda da chiudere definitivamente. Deve riconoscere che la DDR è stata parte integrante della storia tedesca e che il suo ricordo non può essere confinato esclusivamente al dominio della Stasi e della repressione.
Ogni società ha bisogno di un ricordo storico condiviso, ma questo non può nascere dalla cancellazione o dalla rimozione forzata. L’Ostalgie, nel suo significato più profondo, è richiesta di riconoscimento di un’identità cancellata – una rivendicazione che non può tradursi in vittimismo o subalternità, ma in un atteggiamento propositivo e costruttivo nei confronti della società, dello Stato e anche dell’Ovest.
Un’esigenza simile ha animato molti storici meridionali hanno riletto il Risorgimento non solo come unificazione, ma anche come frattura.Questa rielaborazione ha trovato espressione in una produzione storiografica ampia e diversificata, che – pur muovendosi su traiettorie metodologiche, intenti e risultati differenti – ha contribuito a offrire una lettura più articolata e critica rispetto alla narrazione tradizionale, a lungo egemonizzata dal mito nazionale e risorgimentale Con tutte le analogie e le differenze a cui si è cercato di far riferimento, le vicende del Mezzogiorno italiano e di quello tedesco mostrano anche in questa esigenza un punto in comune: il bisogno di una storia più equa, capace di andare oltre la celebrazione del trionfo nazionale. Perché ogni unificazione porta con sé non solo vittorie, ma anche rotture, passaggi imposti, spesso violenti, che hanno strappato identità e risorse, lasciando ferite che il tempo da solo non può guarire. Perché un Paese può dirsi davvero unito solo quando garantisce a tutti il diritto alla propria memoria.
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