di Antonio Bianco junior
Nell’Alto Sannio le prime notizie sul brigantaggio si hanno nel giugno 1861, qualche mese dopo la proclamazione del Regno d’Italia. «I briganti del circondario di San Bartolomeo in Galdo costituito da 16 comuni distaccati dalle province di Molise, Capitanata e Principato Ultra, dal bosco Toppo dei Felci e dal bosco Mazzocca che si inoltra per notevole lunghezza in Capitanata, si preparano ad invadere gli abitati e ad abbattere gli stemmi sabaudi», scrive Luisa Sangiuolo nel suo monumentale testo Il brigantaggio nella provincia di Benevento.
Dal bosco Mazzocca – tra il territorio di Baselice e quello di Colle Sannita – un gruppo di briganti, capeggiato da un certo Francesco Saverio Basile, alias “Pilorusso”, inizia una serie di azioni di guerriglia contro tutte le istituzioni locali che rappresentano il nuovo governo unitario. In effetti il bosco Mazzocca diventa la base logistica e strategica per i briganti del Fortore e del Tammaro, che da qui controllano l’area al confine tra Molise, Puglia e Alto Sannio.
L’importanza di questa base strategica viene riconosciuta anche dal governatore di Benevento, che nel fare rapporto al ministero dell’Interno, scrive: «Tra i comuni di Castelvetere e Baselice è un bosco chiamato Toppo di Felci e Mazzocca il quale cominciando da un punto quasi centrale tra i detti due comuni e gli altri di Colle e di San Marco dei Cavoti, s’inoltra nella capitanata per molta notevole lunghezza. In questo luogo appunto è il covo dei briganti. Di là essi minacciano accennando ora l’uno ora all’altro comune e dal Toppo di Felci, donde mi si dice si scoprano i dintorni a molta distanza, hanno l’opportunità di scorgere l’avvicinarsi della forza o di altre persone. Quale sia il numero dei briganti, chi propriamente, e donde venuti, non è stato possibile minutamente investigarlo. Dal breve cenno che ho esposto si rileva che l’agitazione maggiore è nei comuni di Colle, San Marco dei Cavoti, Baselice e Castelvetere». Il generale Branzini allora elabora un piano per distruggere le bande dei briganti che operano nell’Alto Sannio: impone il divieto d’accesso in montagna ai contadini, processando per brigantaggio ogni trasgressore, distrugge tutti i pagliai e le murature delle masserie abbandonate che possono servire da rifugio.
Nonostante questi provvedimenti repressivi, i briganti continuano a invadere i comuni dell’Alto Sannio, fino a spingere il nuovo governatore di Benevento, Giovanni Gallarini, nella valle del Fortore con circa 200 uomini della guardia nazionale. Nel mese di settembre quest’ultimo è a Baselice. Tuttavia verso la fine del 1861 il brigantaggio, in quest’area, subisce una battuta d’arresto. Il “Pilorusso” scompare misteriosamente, secondo alcuni storici sarebbe stato catturato e fucilato, in Terra di Lavoro, al confine con il territorio pontificio.
Nella primavera del 1862 il fenomeno riprende con maggiore forza in tutta la provincia, ad opera di un capobanda rimasto famoso nella storia della zona: Michele Caruso. Un cavallaro di Torremaggiore (Foggia), chiamato il colonnello, che attestatosi in Capitanata coordina le azioni delle bande, in favore della causa legittimista, nella provincia di Benevento, Campobasso e Foggia. Alle dipendenze del Caruso opera nella Valfortore il gruppo di Marco de Masi, di Foiano Valfortore, ex servitore dei baroni Petruccelli di Baselice: esso è costituito all’inizio da circa 14 uomini, fino a raggiungere nel novembre 1862 un effettivo variante dai 24 ai 30 individui. Ma Caruso si fida solo di un giovane di Baselice, Antonio Secola, che nominerà suo luogotenente. «Fra tutti i briganti del Fortore, quello che è divorato dall’ambizione di diventare luogotenente del colonnello Michele Caruso, è Antonio Secola di Baselice» (Luisa Sangiuolo, op. cit.). Secola nasce nel piccolo centro fortorino il primo marzo 1834. Si sposa e avrà quattro figli, tutti morti in tenera età. Esercita l’attività di muratore fino alla metà del luglio 1862 sino quando entra in contatto con i briganti della zona, tra cui i fratelli Antonio e Domenico Lisbona di Baselice, appartenenti alla comitiva di Michele Caruso. Il 1863 è l’anno in cui il nuovo governo unitario fa il maggiore sforzo militare per mettere fine al brigantaggio in questa zona: «È l’anno in cui Giuseppe Schiavone, Gian Battista Varanelli, Cosimo Giordano, Vincenzo Ludovico “Pilucchiello”, Teodoro Ricciardelli, Giuseppe Del Grosso, Marco de Masi, Felice Morgarella, Luciano Martino, Antonio Secola, a capo di grandi o piccole formazioni brigantesche, infieriscono nei territori del Molise, del Sannio con scorrerie e colpi di mano» (Gianni Vergineo, Il Sannio Brigante).
Nel frattempo, il generale Emilio Pallavicini assume il comando speciale della zona militare del beneventano e del molisano. Il cerchio intorno alle bande del Fortore comincia a chiudersi. Marco de Masi si costituisce volontariamente in carcere. Oltre alla defezione di piccoli briganti, il 1863 è l’anno della cattura e fucilazione a Benevento del colonnello Michele Caruso. Il Secola a questo punto è sempre più isolato: nel febbraio del 1864 riceve ricovero nella casa di poveri contadini. Il brigante baselicese allora inizia a medita una sua possibile consegna alla guardia nazionale, cosa che avviene nel giugno del 1864 (Antonio Bianco, Il brigante Secola. La sanguinosa rivolta nel Fortore post-unitario).
Il Secola viene spedito al tribunale militare di Caserta che lo condanna ai lavori forzati per essersi volontariamente costituito con sentenza del 21 gennaio 1865. Morirà nel carcere di Portolongone, sull’isola d’Elba, per edema polmonare, il 21 aprile 1885, all’età di 51 anni. Con la consegna del Secola ha in sostanza fine il brigantaggio nella Valfortore. Il brigante baselicese viene ritenuto tuttavia tra i più abili e astuti capobriganti. Ecco cosa scrive di lui il prefetto di Benevento Decoroso Sigismondi: «Tra le bande di briganti che sogliono infestare questa provincia la più molesta è quella che sotto gli ordini di un tal Secola e composta da undici masnadieri a cavallo travaglia ferocemente e a preferenza il circondario di San Bartolomeo in Galdo (F. Morrone, Storia di Baselice e dell’Alta valle del Fortore). Il brigantaggio in quest’area geografica è vinto, ma le cause che lo hanno generato restano irrisolte, così come la “questione meridionale”, di cui «il brigantaggio è una disperata denuncia».