di Giovanni Capurso
Riassunto
Il saggio ripercorre le vicende che portarono allo sbarco a Bari dei profughi armeni in conseguenza del genocidio perpetrato dai Giovani Turchi durante la Grande Guerra. Protagonista di questo ponte umanitario e storia di accoglienza è il poeta esule Hrand Nazariantz.
Parole chiave: armeni, genocidio, Nazariantz, profughi, Bari.
L’anelito del popolo armeno, attraverso la sua storia, i suoi massacri, le sue persecuzioni e le sue atrocità senza fine sembra che si sia quasi dissolto nell’oblio della storia. Eppure ci sono tracce che si sono conservate attraverso il tempo. I figli e i nipoti di coloro che scamparono al genocidio sono arrivati sulla nostra terra.
A Bari, negli anni in cui si consumava il genocidio, gli armeni trovarono accoglienza e salvezza. Le loro vicende nel corso della Grande Guerra e poi le notizie del loro trovarono ampio spazio sulla stampa di Puglia, e in particolare, nel settimanale Humanitas diretto da Piero Delfino Pesce, soprattutto attraverso la voce del poeta armeno Hrand Nazariantz. Così venne presentato dal giornale l’intellettuale esule fin dal 1913:
La poesia di Hrand Nazariantz sembra venire da un mondo lontano, portante i segni del lungo cammino; sembra venire a noi per destare voci sopite, gridi altre volte lanciati nell’immensità dell’azzurro, forme e spiriti improntati ad alte idealità. Egli passa, solitario, tra la folla che s’agita; ma non raccoglie da essa voci e sospiri, perché il canto è suo, perché da una decisa personalità balzano, fuori, accenti ben lontani da relazioni con le folle, accenti che anno la loro ragione di essere nell’anima stessa del loro A., nel temperamento d’artista e d’uomo che impronta tutta la poesia del Nazariantz.
Forse è la ispirazione che attinge alle fonti del popolo e coglie i momenti psichici de la folla che rugge dinanzi alla Patria sanguinante, forse c’è la voce fatidica delle nazionali idealità; ma è poesia che mentre à origine dall’anima popolare, si stacca da essa per chiudersi entro una torre d’avorio e di là lanciare le frecce velenose alla barbarla del turco, il pianto di mistero e di sangue che raccogliendo le solitarie voci della Madre, ritta sul soglio delle rivendicazioni, passa nell’atmosfera dell’Armenia e ferisce il nemico e trasporta i cuori in un mondo di mistero e di sangue. (Cambelli, 1916)
Il poeta fu inserito con la massima cordialità e fraternità dagli intellettuali baresi che, per iniziativa del Circolo filologico cittadino, costituirono un “Comitato pro Armenia”, tra le cui attività ci furono conferenze e manifestazioni a favore del popolo armeno, ben documentate dal settimanale repubblicano. In quest’opera di propaganda a favore del suo popolo martoriato, Nazariantz si prodigò con articoli e discorsi appassionati seguiti con grande partecipazione di pubblico. Le vicende di questo popolo martoriato furono seguite con attenzione per tutto il corso del conflitto mondiale:
In tutta Europa gli Armeni perseguono questo sogno: i letterati educano le giovani schiere alla rivolta, i poeti cantano la libertà, gli uomini politici organizzano gazzette e comitati, i giovani combattono nelle piazze delle loro città e sulle frontiere di altri popoli, il nemico secolare.
Epica lotta. […]
Contemporaneamente duecento mila armeni combattono il turco nell’esercito russo, gli studenti abbandonano le scuole e le università, le ragazze accorrono nella Croce Rossa, le colonie armene di tutto il mondo mandano danaro e uomini.
La lotta tragica così continua e i massacri si seguono.
II turco ha giurato lo sterminio e impicca e strazia ed assassina.
L’Armeno ha giurato il trionfo della libertà e fa le sue magnifiche epiche barricate (Ibidem).
Per la prima volta nel 1919 i primi profughi approdarono a Bari (circa sessanta persone) e qui trovarono rifugio e protezione. E ancora nel gennaio e giugno del 1924 arrivarono nel capoluogo pugliese oltre un centinaio di uomini e donne armeni provenienti dai campi profughi greci di Atene e di Salonicco, dove avevano trovato rifugio tre anni prima, dopo essere sfuggiti alle stragi di Smirne.
Ad organizzare l’accoglienza si adoperarono Nazariantz e lo scrittoreYenovkArmen che in quegli anni viveva proprio a Bari. In precedenza, Armen si era recato in Grecia per offrire ai rifugiati armeni la possibilità di trasferirsi a Bari.
Successivamente, dopo lo sbarco dei profughi, grazie all’opera di sensibilizzazione svolta da Nazariantz, arrivò la disponibilità da parte del governo italiano e di alcuni privati, fra cui l’ingegnere Lorenzo Valerio, di costituire la Società italo-armena dei tappeti orientali, anche al fine di gestire l’emergenza umanitaria. Valerio infatti era proprietario di un lanificio al quale era annessa la fabbrica tappeti. I profughi armeni costruirono subito un baraccamento lungo il cortile della manifattura, sito nell’attuale arteria di via Amendola, dove si ammassarono in condizioni molto precarie. È lì che gli armeni fondarono il piccolo villaggio “Nor Arax”, da Nuovo Arasse, il fiume simbolo dell’identità armena.
A questo punto Nazariantz, che vantava ormai numerose amicizie nel mondo culturale italiano, riuscì a interessare alla difficile situazione dei suoi connazionali Umberto Zanotti Bianco (1889-1963), archeologo ed esponente politico di primo piano nella vita politica italiana dei primi decenni del Novecento, il quale diventerà uno dei principali difensori della causa armena in Italia. Il poeta lo condusse con sé a visitare il villaggio dei profughi armeni immerso in una distesa di ulivi. Zanotti Bianco ne rimase così colpito che ne scrisseampiamente nel saggio intitolato Profughi armeni, inserito successivamente nel volume pubblicato nel 1959 Tra la perduta gente. L’autore con parole sentite descrisse lo stato miserevole del villaggio:
Più di cento profughi armeni ammassati in questo provvisorio senza fine! Il loro protettore, il loro poeta Hrand Nazariantz, che mi accompagna, mi mostra nei piccoli vani nudi, i nudi assiti che servono loro da letti. Da sei mesi che sono qua, non un cuscino, non un materasso ancora: e lavorano dall’alba al tramonto! (Sorrenti, 1987: 103).
Zanotti Bianco, nel volume citato, si sofferma anche sulle atroci vicende di alcuni profughi come Santouth, una giovane armena venduta come schiava dai gendarmi turchi, ma anche sulla loro straordinaria laboriosità:
Donne, bimbe, lavorano su grandi telai immobili. Forse in questo silenzio si vivo di cose morte che soverchiano il presente e si protendono feroci sull’avvenire, forse affiorano delle nostalgie di canti, ma come fantasmi galleggianti che sorgono e ripiombano esanimi nell’abisso (Zanotti Bianco, 1959: 92).
Su quel terreno furono alzati nove padiglioni Docker in legno che lo Stato italiano aveva ottenuto in conto riparazione dei danni di guerra dalla Germania.Questi funsero da abitazioni e all’esterno vennero apposte due targhe con il nome del villaggio tutt’oggi visibili, una in lingua armena e l’altra in latino.
Il centro abitato era fornito di tutti i servizi – acqua, gas, fogna – ed era costituito da case (di cui oggi ne sono rimaste solo quattro) composte all’interno da sei vani capaci di ospitare all’interno due nuclei familiari. A questi si aggiungevano un edificio in muratura per il culto e le attività associative, e l’altro come l’abitazione dello stesso poeta.
Bibliografia
Cambelli, G. (29/10/1916), “I caratteri della poesia di Hrand Nazariantz”, in Humanitas.
De Tommasi, E.A. (2017), Nor Arax: storia del viaggio degli armeni di Bari, Bari: Laterza.
Sorrenti, P. (1987), Hrand Nazariantz, Bari: Levante editori.
Zanotti Bianco, U. (1959), Tra la perduta gente, Milano: Mondadori.