di Salvatore Lucchese
Un Paese, due scuole: una, quella del Centro-Nord, tendenzialmente ben dotata per edifici, risorse, strutture e quanto segue; l’altra, quella del Sud, deficitaria di mense, palestre, tempo pieno, etc. Ciò è quanto emerge a chiare lettere dalla lettura dell’ultimo Rapporto Svimez 2024.
“In Italia – sottolinea l’autorevole centro di ricerca sullo sviluppo economico del Mezzogiorno – il 54% degli alunni della scuola primaria frequenta un edificio scolastico che dispone di una mensa. Questo dato si ferma al 30% per il Mezzogiorno (240mila su circa 800mila bambini) e sale al 67% per il Centro-Nord (980mila sui circa 1,4 milioni)”.
“La percentuale di alunni – prosegue Svimez – che frequentano un edificio scolastico dotato di palestra è del 54% in Italia, ma nel Mezzogiorno si ferma al 46% (370mila su 800mila circa) rispetto al 60% (850mila su 1,4 milioni) del Centro-Nord. Le carenze nell’offerta dei servizi incidono sull’accesso al tempo pieno nelle scuole primarie del Sud e condizionano significativamente i processi di apprendimento degli studenti meridionali lungo l’intero ciclo scolastico, spiegando buona parte dei divari Nord/Sud nei livelli delle competenze maturate”.
“La dispersione scolastica – evidenzia Svimez – è più alta al Sud. Dei 583.644 alunni iscritti al I anno di scuola secondaria di I grado a settembre 2012, 96.177 (il 16,5%) hanno abbandonato il sistema scolastico senza conseguire un titolo di studio nei sette successivi anni. L’abbandono scolastico è particolarmente diffuso al Sud (17,4%) e nelle Isole (20,6%), mentre nel Centro-Nord si attesta al di sotto del dato nazionale (14,6% per il Centro e 15,6% per Nord-Est e Nord-Ovest)”.
“L’istruzione – sottolinea Svimez – è un bene pubblico essenziale, la cui qualità e diffusione capillare tra territori sono condizioni imprescindibili per uno sviluppo inclusivo”, per poi concludere “Dare priorità all’investimento in istruzione significa restituire alla scuola il suo ruolo di primo presidio di contrasto alle disuguaglianze, garantendo a tutti gli studenti, indipendentemente dal contesto familiare e sociale, pari condizioni di accesso a un diritto di cittadinanza fondamentale”.
Rimane lo storico problema di un Sud che, a partire dalle sue fasce popolari più deboli e marginali, è del tutto privo di un’adeguata rappresentanza sul piano politico-istituzionale.
La qualcosa evidenzia i limiti di un meridionalismo incentrato sulla sola analisi e sul solo tentativo della moral suasion nei confronti delle classi dirigenti locali e nazionali. Occorrerebbe, invece, riflettere ed operare per un meridionalismo sì di analisi, riflessioni e proposte (cosa fare), ma anche e soprattutto per un meridionalismo di lotta e di emancipazione (chi deve fare cosa), che dia voce ai nuovi “contadini” meridionali – disoccupati, inoccupati, lavoratori a nero, precari e poveri –, al fine di favorirne un’adeguata presa di coscienza e di parola per una loro mobilitazione in difesa dei loro bisogni e dei loro diritti disattesi.