di Salvatore Lucchese

L’Italia, lo si sa, è un Paese storicamente diviso e diseguale tra un Nord relativamente sviluppato ed un Sud relativamente arretrato. Ma è anche l’unico Paese in Europa in cui i divari economici e sociali a livello  territoriale coincidono, a Costituzione letteralmente rovesciata, con i divari di cittadinanza.
Come è stato evidenziato la settimana scorsa sulle pagine di questa rivista, non solo, per quanto riguarda la fruizione del diritto allo studio, ci troviamo in presenza di Un Paese, due scuole, ma anche rispetto ad un altro diritto fondamentale contemplato dall’art. 32 del nostro dettato costituzionale, il diritto alla salute, ci troviamo anche dinanzi ad Un Paese, due sanità.
Infatti, come emerge dalla lettura del Rapporto Svimez 2024, a partire dalle classi sociali più marginali, i cittadini italiani, ma solo sulla carta e non nella “sostanza”, che risiedono nella parte meridionale del “Bel Paese”, ma evidentemente non per loro, non godono degli stessi livelli quantitativi e qualitativi di erogazione dei servizi sanitari. Come a questo proposito ha evidenziato la Svimez:

Nel 2022, la mobilità passiva ha interessato 629mila pazienti, il 44% dei quali residente in una regione del Sud. Nello stesso anno, i Ssr meridionali hanno attirato 98mila pazienti, solo il 15% della mobilità attiva totale. Complessivamente, i malati oncologici residenti nel Mezzogiorno che ricevono cure presso un Ssr di una regione del Centro-Nord sono 12.401, circa il 20% dei pazienti oncologici meridionali da un minimo del 15% della Campania a un massimo del 41% della Calabria.

Per migliorare il livello complessivo di assistenza sanitaria al Sud occorrerebbe includere tra i criteri di ripartizione del Fondo sanitario Nazionale anche i fattori socio-economici: “La presa in conto di questi fattori (povertà, istruzione, deprivazione sociale) – ha evidenziato la Svimez – renderebbe la distribuzione del finanziamento nazionale tra Ssr più coerente con le finalità di equità orizzontale del Ssn”.
Cosa fare è chiaro. Chi deve fare a nome di chi non è altrettanto chiaro. A partire dalle sue classi sociali più povere e deprivate, chi darà voce ai cittadini meridionali privi di rappresentanza? Non di certo le classi estrattive dominanti locali che lucrano consensi in cambio di “piaceri”, anche per l’accesso alle cure. Come a fine ‘800 ebbe a sottolineare il giovane socialista Gaetano Salvemini:

Datemi un punto d’appoggio, diceva Archimede, e vi solleverò il mondo; ma il punto d’appoggio non lo trovò mai e il mondo se ne rimase tranquillo al suo posto. C’è nell’Italia meridionale un punto d’appoggio, su cui si possa fare leva per sollevare il mondo sociale? O, in altre parole, c’è nell’Italia meridionale un partito riformista? E se non c’è, è possibile che sorga? E quali sono le persone che lo comporranno?

Purtroppo, ancora ad oggi, il “punto di appoggio su cui si possa sollevare il mondo sociale” al fine di perequare le due Italie tramite un meridionalismo di lotta non è stato ancora trovato. Dati i limiti storici del solo meridionalismo di analisi, riflessioni e proposte incentrato sulla moral susion, urge farlo prima che la sempre più furiosa deriva bellicista del nostro Paese e dell’intera Europa non travolga definitivamente il (i) Sud d’Italia e dell’intero continente.

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