di Antonio Scialpi
Quello che si è verificato il 28 febbraio 2025 alla Casa Bianca attorno al tavolo ovale tra Trump, il suo feroce vice James D.Vance e il presidente Zelenskj è destinato a restare un fatto storico. Qualunque siano i prossimi sviluppi. Con la diplomazia tranciata via.

Bisogna riattraversare il secolo breve per rinvenire simili episodi. Mi ha richiamato alla memoria la burrascosa e traumatica telefonata del sovietico Leonid Bresnev (1906-1982) al leader del socialismo dal volto umano ceko Alexander Dubcek (1919-1992) nella famosa telefonata del 18 agosto 1968, a cui fecero seguito, due giorni dopo, i carri armati del Patto di Varsavia a Praga, con la fine della sua primavera. E ancor prima la convocazione da parte di Hitler (1889-1945) del leader ungherese Miklòs Horthy (1868-1957) e la sua umiliazione, per il tentativo di armistizio con gli angloamericani, fino alla sua destituzione.
Più vicino a noi, cambiando quello che è cambiato, mi fa tornare in mente il drammatico colloquio riservato tra Henry Kissinger (1923-2023) e Aldo Moro (1916-1978), nel settembre 1974, quando lo statista DC italiano, intenzionato all’apertura al PCI, lasciò l’ufficio del segretario di stato americano sbiancato, inorridito, disgustato per i toni poco diplomatici di Kissinger, che gli fece balenare lo spettro di Salvador Allende (1908-1973), il leader socialista cileno ucciso con il colpo di stato della Cia in Cile l’11 settembre 1973.
Ma la brutalità e la spettacolarità dell’aggressione trumpiana non hanno termini di paragone, perché i video, i social e la tv fanno la differenza.
A cominciare dal rimbrotto volgare delvice-tycoon sulla divisa indossata da Zelensky, che, tutto sommato, ha mantenuto la sua dignità, malgrado i suoi limiti e quelli della sua strategia, riportandolo alle simpatie anche da parte dei più scettici.
E’ la prima volta assoluta e tale mi auguro che resti, in cui la diplomazia viene lacerata dai toni minacciosi di un presidente, in preda ad una delirante escalation con la sponda del suo vice, ancora più esilarante.
Eppure, il malcapitato ed intrappolato Zelensky era andato lì pronto a firmare l’accorso sullo sfruttamento delle cosiddette terre rare, a risarcimento degli aiuti costosissimi americani a Kiev.
L’accordo potenziale tra Trump e Putin prefigura una nuova spartizione del mondo in aree di influenza, questa volta non sull’anima dei polacchi, come ha ben richiamato Mattarella il 5 febbraio a Marsiglia, ma su quella di una nazione confinante, quella degli ucraini.
Lo spettacolo teatrale è stato di pessimo gusto, in cui non c’erano gli attori, le quinte, ma il potere nudoe volgare dei potenti del mondo decisori del destino dell’umanità, con lo sguardo rivolto non a una comparsa ma alla valigetta dei codici nucleari.
Una rappresentazione per milioni di spettatori esaltati per la ricchezza dei potenti o umiliati e offesi nella povertà del proprio destino. Il sadismo funebre l’ha fatta da padrone, come nel precedente e rivoltante video dell’IA di Trump sdraiato con Netanyau sulla striscia di Gaza, trasformata nella spiaggia avveniristica per paperoni con affaccio sul Mediterraneo, sulla terra che ha sepolto finora oltre 40 mila palestinesi, privati del diritto alla vita e sul mare che è un cimitero di poveri cristi migranti in cerca di approdi alla vita.

Un combinato disposto per affermare la visione trumpiana di guai ai vinti.
Anticipato di qualche giorno dall’episodio di folklore parlamentare di una ministra dell’italietta che menava la sua ricchezza truccata e plastificata su un tacco a spillo lungo 12 cm.
Molti si sono chiesti a chi volesse parlare Trump. Sicuramente ha voluto spaventare ucraini e paesi europei adagiati sulla risoluzione americana del conflitto, mettendo le cancellerie del vecchio mondo difronte ad un aut aut e la stessa Nato. Ma lo sguardo truce era rivolto sicuramente alla Cina, il vero nemico degli americani, per rompere l’alleanza cinese con Putin, considerato come l’interlocutore più vicino e meno concorrente nella corsa per il dominio del mondo.
Ma questo crescente climax di toni estremistici ha avuto l’effetto di scompaginare l’Europa non solo così come si è configurata dopo la seconda guerra mondiale,ma anche con l’effetto imprevisto di far diventare più trumpiani di Trump proprio i più sovranisti tra i leader europei da Orban al leghista italiano ai neonazisti tedeschi di AFD. Con la Meloni davanti ad un bivio, senza i suoi ambiziosi e velleitari ponti divisi tra l’America e l’Europa e il mai sopito sguardo a Putin del suo vice leghista.La cerniera che si rompe prima della sua efficacia. La democrazia europea è sempre più vicina alla linea sul fronte e del riarmo urgente, con il rilancio paradossale della leadership inglese di Keir Stamer sul continente europeo, proprio del paese che si è chiamato fuori da questa Europa con la brexit.
Un paradosso tra i paradossi, per l’effetto domino del rovescio americano.
Trump si pone come il rifondatore di un’Europa, prona e inginocchiata ad ovest e condizionata per le materie energetiche dal gas russo a chiave americana. E rispunta la Cina come orizzonte di salvezza e la via della seta abbandonata troppo presto.
L’effetto perverso di tutto ciò è una nuova geografia del mondo con il predominio dei superricchi, che scatena il terrore più spaventoso tra i paesi più poveri ricacciati nei propri confini geografici a morire di miseria e di ingiustizia, fino a non poter più dare il proprio nome alle terre e ai mari di confine ed espropriati delle loro risorse, compresi Canada e Groenlandia, oltre al Messico e Gaza, per gli effetti della voracità dei diktat trumpiani.
Con i migranti ripresi in catene come al tempo dei negrieri e rispediti nelle proprie terre di fame.
Tutti gli europei sono destabilizzati e condannati a nuove ansie che minano definitivamente la pace perpetua di kantiana memoria. La politica di riarmo dell’Europa può avvenire non solo accantonando i costosi paradigmi dell’economia green, che tante divisioni e reazioni a destra ha già prodotto, esaltate dai decreti di Trump, ma archiviando definitivamente il welfare state, altra creatura dell’Europa post-bellica. In termini semplici, meno ospedali e diritti alla salute, istruzione, pensioni e più armi. Anche in questa prospettiva sono rovesciati i termini di libertà e giustizia sociale, in nome delle mani libere di manovrare comandi di armi.
E il Nord- Ovest del Mondo post 1989 contro il Sud-Est, diventa Nord-Ovest senza l’Europa contro il Sud-Est senza la Russia.
Insomma, quel tavolo ovale del 28 febbraio è stato il venerdì nero per la democrazia europea rovesciata e dei valori di giustizia e libertà calpestati.
Che per essere tutelati necessitano l’abbandono di quello che resta del sonno della ragione e riportarla urgentemente al centro delle azioni sociali e politiche democratiche unitarie.
Prima che sia irrimediabilmente tardi.

Condividi: