Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Gianluca Liardo

Immergersi nella lettura di Gratitudine-Frammenti di vita di Francesco Iudica (edizioni Divinafollia) è come entrare nel meraviglioso giardino delle memorie per ritrovare il benessere, la cura, l’antico rapporto con la natura di un bambino che affonda il cuore nel colore dei fiori e del cielo siciliano; è come riaprire una finestra su un mondo forse dimenticato per sentire una volta ancora quel vento di primavera che soffia da Sud. Il nostro El dorado lo definisce l’autore nei primi capitoli, ricordando una vita senza eguali, una dimensione incantata che forse continua ad esistere nella memoria di molti, confinata in un piccolo angolo della mente dalla frenesie delle mille cose inutili da fare ogni giorno seduti in ufficio, in giro per negozi o per le strade di città da dove in effetti i colori di quel mondo contadino ormai non si vedono più. Come in un sogno l’autore si aggira tra i ricordi affidando ad una prosa lirica il compito di trasmettere al lettore le stesse emozioni che da bambino lo rapivano, come il mettere da parte i libri per andare a trascorrere l’estate nella casa in campagna dei nonni. Per custodire le sensazioni che ha avuto il privilegio di vivere negli anni dell’infanzia Franco Iudica ha deciso di regalarle al lettore.
Mano a mano la narrazione assume i caratteri di un racconto di formazione in cui la crescita del protagonista affonda le proprie radici nei racconti dei nonni. L’incanto della loro voce da sempre lascia in eredità gli insegnamenti, l’orgoglio, ma anche le paure che fanno compagnia ad ogni uomo che da tenero virgulto poco a poco si fa robusto e paziente come un albero secolare. Così si è formato anche l’autore, aggrappandosi alle radici e al proprio vissuto, a ricordi preziosi come quello della notte trascorsa con i cugini, confidenti e compagni di gioco – Ezio e Aldo – poi accompagnati al porto di Palermo prima della partenza alla volta del Canada, salutati e persi tra i ricordi; proprio come le prime cotte del giovane Franco, il suo fantasticare mentre imparava dal nonno ad irrigare l’orto e le lunghe ore passate da ragazzo nella bottega del francese, la parrucchiera del padre. Il lettore viene rapito da una collezione di immagini streganti che appartengono alla Sicilia di un tempo, come lo sguardo affettuoso di una vecchia zia che compare sul viale o il volto di un’incantevole fanciulla mora adagiata sul fondo di una cassa da morto in un assolato pomeriggio. D’improvviso, poi, la narrazione viene inghiottita dal mistero più grande: la scomparsa del padre.
Proprio il passaggio più struggente forse dà il là alla produzione successiva: decenni di poesia; sullo sfondo il cielo dell’amata città di Niscemi, lo stesso che accoglie il canto triste e solitario di un pettirosso. Poi, a trent’anni, la partenza con il cuore gonfio alla volta del Nord: il destino condiviso con milioni di emigranti in cerca di lavoro, di una vita dignitosa.. e ancora decenni di poesia, nella vita errante, a mille chilometri di distanza. È una poesia, quella di Franco Iudica, vissuta come un sogno fugace, come una goccia d’acqua purissima che sfugge al tempo rapace, al tempo che uccide. I versi, estremamente profondi e curati, caricano di significato anche il bianco che li circonda, lo rendono eloquente come il silenzio della piazza grande del mio paese in cui la gente ancora attende per non restare sola. L’inquadratura poi si sposta sull’ordinata provincia lombarda per seguire il percorso di ricerca dell’autore che sembra prendere per mano se stesso e diventare uomo; un uomo che nella gioia della meditazione riesce finalmente a vedere la bellezza splendente della propria anima, a innamorarsi del proprio percorso, della propria identità. Mentre l’uomo prosegue dritto per la via della ricerca e dell’intelligenza, la Sicilia rimane sullo sfondo (abbandonai l’Isola/ per le nebbie lombarde/ ma ivi lasciai il cuore), ma in lontananza (Tu da me fuggi lontana/ isola della memoria/ vicina ai miei fantasmi./ Ognora ti sogno invano/ e mi appari di profumi/ vestita e accesi colori). Anche il bimbo di un tempo, con i suoi occhi di luce, rimane di fianco all’autore, continua a ispirarlo raccontandogli mille avventure, inseguendo fantasmi e, in fondo, la pace. È la meditazione, dopotutto, a sanare un cuore in frantumi, reso folle dalla bellezza, a donargli le ali per raggiungere un mondo altro, una dimensione fatta di suggestioni metafisiche (che ricordano quelle di un altro talento della Sicilia orientale: il maestro Battiato); una dimensione in cui la passione diventa pace e ci si sente di nuovo a casa.
La lirica lascia poi spazio alla narrazione in prosa che va a ricomporre il ricordo di una terra variopinta in cui vecchi saraceni e giovani operai si muovono, affannati, sotto una luce accecante. I racconti rimettono in luce l’importanza della cultura per come veniva intesa nel primo Novecento, come l’avere cura delle cose, pulizia (non solo corporea), atteggiamenti educati nonostante la miseria e le tensioni sociali. Rivivendo quegli anni, ricostruendo il modo in cui mafia e politica si insinuavano nello scontro tra contadini e proprietari terrieri, il racconto assume un taglio storico. Tra queste tensioni si è mosso anche il giovane Franco Iudica, riuscendo a custodire gli stessi valori che emergevano dalla magia dei racconti della nonna e che indirizzavano il vivere delle famiglie di un tempo; valori che appaiono ancora come il bene più profondo, da riscoprire nella meditazione o nella lettura che, dopotutto, sono due modi per guardarsi dentro e riscoprire un prezioso senso d’appartenenza.

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