di Antonio Salvati
Oggi si celebrano i vent’anni dalla morte di Giovanni Paolo II. Scompariva una grande del Novecento, di cui – sostiene Andrea Riccardi – “esprime appieno la storia. È anche un personaggio del Duemila: si è spento a nuovo secolo già iniziato e la sua eredità religiosa continua a essere un riferimento”. La figura di quell’anziano, inde¬bolito nel fisico ma non nello spirito, aveva accompagnato generazioni di fedeli. Ne era scaturito un profondo rispetto per la figura di capo della Chiesa universale, ma anche un intimo affetto. Senza dubbio Wojtyła aveva accompagnato la Chiesa in un momento complesso della sua esistenza; se infatti da una parte la fine del comunismo (che proprio lui aveva contribuito in prima persona a raggiungere) portò a conclusione quella Guerra Fredda che ha mietuto milioni di vittime nel mondo, costringendo troppi cattolici a vivere nascosti, dall’altra si stava affacciando lo spettro di nuove guerre che avrebbero tenuto sotto scacco ancora tante persone, uomini e donne innocenti costretti a vivere ancora sotto il dominio della paura e del terrore.
Assai arduo ripercorrere la lunga e intensa vita di Karol Wojtyła. Qui vorremmo provare a soffermarci – seppur sommariamente – su alcuni aspetti del suo lungo pontificato, in particolar modo per quanto concerne il nostro Meridione. Il 9 maggio 1993, in una storica visita in Sicilia, nella valle dei Templi di Agrigento, al termine della celebrazione eucaristica il papa prese ancora la parola, pronunciando uno dei discorsi più forti e conosciuti di Giovanni Paolo II.
Questo popolo, popolo siciliano, talmente attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte. Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!
Così le parole espresse da Giovanni Paolo II, aggrappato al Crocifisso, contro i mafiosi, espressione della “cultura della morte”. Parole che vennero spontanee dal cuore. Il Papa santo si lasciò ispirare da quella folta folla presente che in Lui vedeva la speranza perché riflesso della luce di Dio. Wojtyla tuonò fortemente contro i trafficanti di morte:
Questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane, devono capire, devono capire che non si permette uccidere innocenti! Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio.
Mai un papa – prima di Karol Wojtyla – si era mai rivolto con tanta forza profetica contro la mafia. E tantomeno un vescovo, salvo qualche rara eccezione come il cardinale di Palermo Salvatore Pappalardo (che ebbe parole di fuoco il giorno dell’assassinio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa) o sacerdoti come don Pino Puglisi, il parroco palermitano ucciso a cinquantasei anni dalla mafia per il suo impegno a favore dei giovani il 15 settembre 1993, il giorno del suo compleanno. Con papa Wojtyla tutto cambia. Oggi molto concordano nel sostenere che le parole da lui pronunciate nella Valle dei Templi hanno rappresentato per la Sicilia un effetto simile alla caduta dei muri e al ritorno delle libertà in tante Nazioni – una volta oppresse dai regimi totalitari -determinatesi anche grazie al suo Magistero. Sono parole, quelle pronunciate nella Valle dei Templi, che hanno concorso alla riscossa civile che si è avviata ed è cresciuta a partire da quegli anni nell’Isola.
Sappiamo l’importanza che Giovanni Paolo II ha dato, nel suo pontificato, ai tanti viaggi e visite apostoliche con più di 200 viaggi in Italia e più di 100 viaggi internazionali.
Già dall’inizio del mio pontificato ho scelto di viaggiare fino agli estremi confini della terra per manifestare la sollecitudine missionaria, e proprio il contatto diretto con i popoli che ignorano Cristo mi ha ancor più convinto dell’urgenza di tale attività,
scriverà nel 1990 nell’Enciclica Redemptoris Missio.
Con il sud d’Italia ha avuto un rapporto sicuramente particolare. Lui, primate d’Italia, guardava anche con preoccupazione il tema – acuitosi negli anni Novantaa causa dell’ascesa della Lega Nord – dell’Unità d’Italia. Nel gennaio del 1994, scrivendo ai vescovi italiani, spiega come l’unità italiana sia “profondamente radicata nella coscienza degli italiani che, in forza della lingua, delle vicende storiche, della comune fede e cultura, si sono sempre sentiti parte integrante di un unico popolo. Questa unità si misura non sugli anni, ma su lunghi secoli di storia”.
L’anno successivo, a Palermo, durante le celebrazioni del III convegno ecclesialetorna sulla questione meridionale:
fattasi in quest’ultimo periodo forse ancora più grave specialmente a causa della realtà drammatica della disoccupazione, soprattutto giovanile, è veramente una questione primaria di tutta la nazione. Certo, spetta alle genti del Sud essere le protagoniste del proprio riscatto, ma questo non dispensa dal dovere della solidarietà l’intera nazione.
Con ciò Giovanni Paolo II intendeva anche che La Chiesa non si tira indietro di fronte a tale compito, perché nessuno nel Sud deve vivere senza speranza.
Tra i momenti significativi che hanno legato il papa polacco con il sud d’Italia è stata la visita in Puglia del maggio 1987 con la visita all’Arcidiocesi di Foggia. La prima visita che Karol Wojtyla fece in Puglia risaliva addirittura al 1948 quando il giovane sacerdote Wojtyla si recò a San Giovanni Rotondo dove incontrò Francesco Forgione, da tutti conosciuto come Padre Pio. E qui Wojtyla si confessò (sappiamo quanto fosse richiesto come confessore padre Pio, tanto che nel 1950 era stato anche ideato un sistema di “prenotazione”). Nel corso degli anni la figura di Padre Pio era stata controversa e lo stesso frate aveva affrontato diverse difficoltà con le autorità ecclesiastiche che lo avevano sottoposto a controlli, sospetti e limitazioni, in particolare riguardo ai fenomeni mistici a lui attribuiti, come le stimmate, tanto che la Curia romana aveva imposto restrizioni severe a Padre Pio. Il processo di canonizzazione a Padre Pio era iniziato il 29 novembre 1982 e al momento del viaggio di Giovanni Paolo II era lontano dl concludersi. Tanto che lo stesso desiderio del pontefice di recarsi proprio nei luoghi di Padre Pio era ritenuta inopportuna.A San Giovanni Rotondo il papa si ferma davanti alla tomba del frate e si lascia andare ad un momento di profonda preghiera. Durante la visita il papa si recò anche all’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza dove disse:
Sono lieto di vedere nella sua moderna realizzazione quanto padre Pio ideò e predisse: «Una città ospedaliera tecnicamente adeguata alle più ardite esigenze cliniche e insieme “ordine ascetico” di francescanesimo militante. Luogo di preghiera e di scienza dove il genere umano si ritrovi in Cristo crocifisso come un solo gregge con un sol pastore». E questa città sta crescendo ancora. Una “Cittadella della carità” accanto al Santuario di Maria, che – per volere di padre Pio – ha il significativo nome di «Casa Sollievo della Sofferenza».
Nel 1999, Giovanni Paolo II ha beatificato Padre Pio, riconoscendo ufficialmente la sua santità. Questo segno di riconoscimento e di legittimazione da parte della Curia Romana ha rappresentato una chiara inversione di tendenza rispetto al passato. La beatificazione di Padre Pio è stata un atto simbolico che ha sancito la piena riabilitazione della sua figura all’interno della Chiesa, consolidando il suo status di santo popolare e venerato in tutto il mondo. Regista della visita (che, oltre a San Giovanni Rotondo, comprendeva buona parte della diocesi di Foggia), era stato l’allora arcivescovo Salvatore de Giorgi che il papa, pochi mesi dopo trasferirà nell’arcidiocesi di Taranto.
«Quando mi ha nominato arcivescovo di Taranto, i tarantini mi chiesero subito: “Ha fatto andare il Papa a Foggia, perché non l’invita a venire anche a Taranto?”. So che significa la visita di unpapa e quanto sia difficile organizzarne una in una diocesi,poco prima del mio trasferimento a Taranto l’avevo accoltoa Foggia», confessa lo stesso de Giorgi a Gavino Pala nel suo ultimo volume Non basta morire per diventare santi (edizioni il PellegrinoRoma 2025).
A Taranto Giovanni Paolo II si recherà nell’ottobre del 1989 e anche qui ad accoglierlo ci sarà Salvatore de Giorgi. Qui un incontro particolare era stato con il mondo del lavoro. Il 28 ottobre infatti il papa incontra i lavoratori e i dirigenti dell’Ilva. A loro dirà
Questo impianto, in cui ci troviamo, e le officine, nelle quali voi lavorate e trascorrete buona parte delle vostre giornate, sono un segno eloquente delle capacità dell’uomo di trasformare la materia prima per adattarla alle proprie necessità. Lo stabilimento, che attualmente impiega circa sedicimila persone, si avvia a celebrare i trent’anni della posa della prima pietra. È un traguardo che, mentre registra innegabili successi, sollecita opportuni, indilazionabili ripensamenti. Non solo dei metodi operativi e delle strategie di mercato – cosa già in corso con la creazione della Società ILVA – ma anche, e soprattutto, della concezione di sviluppo, a cui ci si è, nel passato, ispirati.Tuttavia, promuovere la capacità produttiva di un complesso industriale non è tutto, e non è neanche quello che più conta. Il valore e la grandiosità di un impianto di produzione, sia pure così impressionante come è questo vostro, non devono misurarsi unicamente con criteri di progresso tecnologico o di sola produttività e redditività economica e finanziaria, ma anche e soprattutto con criteri di servizio all’uomo e di corrispondenza a ciò che la vera dignità del lavoratore, in quanto immagine di Dio, richiama ed esige.
L’impegno di Giovanni Paolo II a favore del nostro Meridione non si sviluppa in un vacuum. La Lettera collettiva dell’episcopato dell’Italia meridionale sui problemi del Mezzogiorno, datata 25 gennaio 1948, inaugurò il lungo corso degli interventi della Chiesa sulla realtà della parte più povera del Paese, proprio mentre l’Italia si dava la Carta costituzionale. Il documento, dopo aver analizzato la religiosità delle popolazioni del Sud, poneva in evidenza le profonde esigenze di giustizia nei rapporti di lavoro soprattutto in riferimento all’economia agraria meridionale, auspicando una “religione più pura ed una giustizia più piena”. I cantieri della ricostruzione, con la guerra appena alle spalle, erano in movimento. Anche in tutti luoghi della cultura e del sapere si registravano segnali di progresso che davano alla ricostruzione la forma più nobile di rinascita. Una distinzione sottile che non riguardava però una metà del Paese al quale non era certamente bastato il tratto unitario, iniziato quasi novant’anni anni prima, per liberarsi almeno di qualcuno dei suoi mali antichi: la miseria, la corruzione, in tutte le sue forme, la criminalità, l’analfabetismo; e con il lavoro e le infrastrutture visti come traguardi di mondi lontani.
I termini della “questione meridionale”, erano già tutti presenti e ognuno di essi minava a fondo, fino talvolta a distorcerla verso elementi di superstizione e vera e propria magia – come hanno rilevato gli studi di Gabriele De Rosa – la religiosità di un popolo sul quale la Chiesa, invece, faceva largo affidamento. Un segno furono anche i molti vescovi provenienti dal Nord messi a capo di diocesi meridionali. Vista dalla parte della Chiesa, l’arretratezza finiva per tarpare le ali anche a una crescita più armonica della propria comunità. La “lettera”, in uno dei suoi passaggi più innovativi, ha osservato Angelo Scelzo, metteva su carta una condizione che creava innanzitutto inquietudini “ad intra” sulla purezza del sentimento religioso, tant’è – si affermava – che, di fronte a “forme parassitarie e superstiziose, lo stesso vizio, osa, a volte, porsi sotto le ali della religione e del culto”.
Nel secondo dopoguerra il Mezzogiorno era caratterizzato da povertà che arrivava ad uniformare e quasi omologare il panorama complessivo. Molto sentiti erano i problemi della terra, dei terreni dai quali si ricavava ricchezza per pochi e vite di stenti, e miseria in abbondanza per i più. Proprio i problemi della terra, e la vita grama di coloni, braccianti, i feudi del latifondo, scossero i vescovi del mezzogiorno. La spinta decisiva venne dalla «XXI Settimana sociale dei cattolici», dal titolo I problemi della vita rurale,tenuta l’anno prima a Napoli.
La “Lettera collettiva” fu, pertanto, un punto di arrivo, anche perché rendeva ragione dell’impegno isolato, ma di grande prospettiva, di vescovi per i quali i problemi sociali non erano una cosa a parte dell’azione pastorale delle chiese locali.
Seppur il Concilio Vaticano II era ancora lontano, il carattere pastorale di quella “Lettera” ne anticipava quantomeno i toni. A richiamarli fortemente, anche nella forma di un linguaggio nuovo (“la questione meridionale è questione di Chiesa e posta anche alla Chiesa”) e nel nesso tra evangelizzazione e promozione umana, fu il commento ufficiale che i vescovi italiani, nel ventennale del documento e dunque negli anni immediatamente successivi alla chiusura del Vaticano II, affidarono all’arcivescovo di Lecce, Michele Mincuzzi. Eravamo in presenza – ha osservato Angelo Scelzo – di una svolta, nel senso di una più forte vicinanza della Chiesa con il suo popolo e, nel caso del Mezzogiorno, con un popolo vessato da molti problemi e tenuto fuori, anche per qualche precedente silenzio della Chiesa, dai circuiti di sviluppo e di progresso già innescati nel resto del Paese.
Gli anni del boom economico, i mitici Sessanta, non attenuarono il divario tra le due Italie. Per molti studiosi al Mezzogiorno è toccato di pagare larghe quote di un benessere che non lo riguardava da vicino. La questione meridionale cambiò nei suoi connotati. Pur con la nascita della Cassa per il Mezzogiorno, non mancarono i fallimenti di industrie che contribuirono a lasciare una realtà devastata alla quale si aggiunsero altre “calamità” come la disoccupazione, la malavita organizzata e le forme di corruzione, tuttora di ogni tipo. Senza dimenticare la cronica carenza di infrastrutture e di servizi, a partire da una sanità che incoraggia sempre più i “viaggi della speranza” altrove per l’Italia o per il mondo.
Mentre il Mezzogiorno cambiava pelle – anche attraverso “modernità senza sviluppo” che ricopriva il Sud di un benessere di facciata, privo del fondamento di un’economia salda, esponendolo alle insidie nuove di un consumismo esasperato – si formò un nuovo nucleo di pastori particolarmente attenti al tema Mezzogiorno attenti al consumismo che disgregava anche i caratteri di una cultura di vita modellata largamente dall’aspetto religioso. Cresceva la consapevolezza della crisi della trasmissione naturale della fede e si apriva, per gli operatori pastorali, la difficile prospettiva di un Mezzogiorno come terra di nuova evangelizzazione e di vera e propria missione. Pur cambiando volto e riferimenti, l’antica ‘questione’ non scompariva certo dall’orizzonte della Chiesa meridionale; e anzi ne diventava il tema più dibattuto, mobilitando Pastori e studiosi, diocesi e centri universitari.
Si sviluppava anche la convinzione che l’intera Chiesa italiana, nel suo insieme, doveva farsi carico di una questione che non riguardava solo più un’area ma tutto il Paese. Non a caso, un altro documento dei vescovi italiani dell’ottobre dell’Ottantanove, Sviluppo nella solidarietà: Chiesa italiana e mezzogiorno, esplicitò che “il Paese non crescerà se non insieme”. L’intera Chiesa italiana, sollecitata anche dal larghissimo spazio che i problemi del Mezzogiorno conquistarono all’interno del primo Convegno ecclesiale nazionale su Evangelizzazione e promozione umana nel 1976, e dal clima del successivo Convegno di Loreto nell’Ottantacinque su Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini, quando alla Chiesa italiana venne chiesto un impegno deciso e visibile nella realtà sociale del Paese.
Le considerazioni fin qui sviluppate non sono sufficienti a dar conto di un impegno non solo collettivo ma corale, di tutta la Chiesa sulla spinta dell’incessante magistero di Giovanni Paolo II, sia attraverso i suoi numerosi e prolungati viaggi pastorali nelle regioni e nelle città meridionali che nei discorsi per le «Visite ad limina» degli episcopati meridionali. Accanto alla memoria di quel drammatico “Basta!” gridato da Giovanni Paolo II in faccia ai mafiosi, come non ricordare la visita di Papa Francesco a Napoli, nel marzo di dieci anni fa, in cui si scagliò a suo modo (la “corruzione spuzza”; il Papa ha usato il termine gergale “spuzza”) contro il malaffare e ogni forma di violenza organizzata.
Arriviamo così ai giorni nostri con la famigerata autonomia differenziata voluta dalla Lega e giudicata dal cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, “un meccanismo di ulteriore impoverimento e denatalità. La questione meridionale deve porre una seria domanda su come non accettare i disequilibri”. A ragione “tutti i vescovi del Centro-Sud sono sul piede di guerra perché temono che questo aumenti le differenze”. Com’è noto, la Santa Sede, l’episcopato, il mondo e i giornali cattolici sono fermamente contrari perché vogliono evitare l’aumento delle disuguaglianze e delle ingiustizie: chi ricco avrà un portafogli ancora più ben pasciuto. Il mondo cattolico è certo che aumenteranno le diseguaglianze; si indebolirà la solidarietà; deperirà il tessuto sociale ed economico del Mezzogiorno e delle “aree interne”; si creerà una fonte di ingiustizia e di perenni litigi.