Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Mario De Finis

Chi più di Napoli e la Campania rappresentano l’emblema e il paradigma di un sud povero e in drammatica difficoltà?
Secondo il Rapporto Caritas sulla povertà 2024 la Campania è impietosamente maglia nera su vari fronti: povertà assoluta (terz’ultima in Italia), rischio di povertà (40%), disoccupazione (in testa a livello nazionale), lavoro nero (16%, seconda in Italia dopo la Calabria), salute (ultima per aspettativa di vita) e salute mentale.
Nella sola regione Campania risiede quasi lo stesso numero di persone povere presenti in tutte le regioni del Nord (rispettivamente 1.339.601 e 1.382.782), sia in termini di povertà assoluta (ben 28552 famiglie hanno un reddito ISEE inferiore a 5 mila euro annui) che relativa: quasi 1 famiglia su 4 vive nell’impossibilità di fruire di beni o servizi in rapporto al reddito pro capite medio (dati ISTAT). In pratica sono a rischio povertà ed esclusione sociale quasi un campano su due. (Dossier regionale 2024 sulle povertà in Campania)
Napoli è una città povera.
Secondo l’ultimo rapporto di Openpolis del 2023, che cita dati ISTAT, a Napoli l’indice di vulnerabilità sociale – che misura la condizione di incertezza e di disagio economico e sociale del territorio – è di 112,20: il più alto d’Italia. L’elevato rischio di fragilità è confermato dal rapporto annuale Censis dello stesso anno, che parla di Napoli come la provincia italiana a più alta emergenza da disagio socio-economico generato nella crisi e in generale. Basta pensare alla diminuzione delle forme di sostegno a chi vive in povertà, come la scomparsa del reddito di cittadinanza che copriva una platea di 233 mila famiglie circa, mentre quella dell’ADI – la misura sostitutiva prevista dal governo Meloni – è di 163 mila, con una perdita di sussidio per oltre 60 mila famiglie. Ma tra tanti dati emerge una nuova domanda – un libro di M. Paci del 2005 pubblicato a Napoli titolava “Gli anziani sono poveri? – relativa alla povertà degli anziani partenopei: qual è, se c’è, la povertà degli anziani a Napoli?

Ci sono tre grandi forme di povertà che si intrecciano e si alimentano l’una con l’altra: la povertà ”economica”, quella della salute e quella della solitudine.

L’ aumento degli anziani e della loro povertà a Napoli
L’ inquietante situazione di povertà globale della città metropolitana “più giovane” d’Italia, si amplifica ulteriormente se si considerano specificamente i 196.044 over 65 ( al 1° gennaio 2022), il cui numero cresce con un ritmo superiore alla media nazionale ( +35,52% negli anni 2020-2030), determinando un aumento dell’indice di vecchiaia metropolitano di oltre 18 punti in più della media italiana (passando da 93,7 del 2013 a 130,3 del 2022).
In alcuni quartieri metropolitani (Chiaia e Vomero su tutti), gli anziani costituiscono già oggi la maggioranza degli abitanti con oltre il 25% del totale, e nel 2031 questo valore segnerà un + 26% nella seconda cintura urbana del territorio (ISTAT: profili città metropolitane)
All’ aumento della popolazione anziana corrisponde un aumento della povertà, sia assoluta che relativa: nel 2023 21,2% contro il 10,6% su scala nazionale. (Dossier regionale 2024 sulle povertà in Campania)
In Campania, secondo una ricerca del Centro Studi Spi Campania a Napoli un pensionato su 3 – e l’indice sale se l’anziano vive da solo – vive in povertà assoluta, con molto meno dei 672,86 euro stimati dall’’ISTAT quale soglia di povertà assoluta per le persone residenti in aree metropolitane che rientrano nella fascia d’età 60-74 anni.
Un anziano pensionato dei Quartieri Spagnoli ha detto recentemente: “Sapete che cosa vuol dire vivere con i 490 euro al mese che percepisco? È una cosa impossibile. Vuol dire vivere da poveri, cioè privarsi di tutto praticamente “.
Nella approfondita analisi ISTAT del Gennaio 2023 sulla popolazione over 65 residente nelle città metropolitane, Napoli fa registrare il valore massimo nazionale dei trattamenti pensionistici di tipo assistenziale (+12 punti percentuali la media).
E in città un numero sempre maggiore di over 65 non riesce a soddisfare i fabbisogni essenziali: alimentazione adeguata, abitazione dignitosa, minimo necessario per vestirsi, comunicare, informarsi, muoversi sul territorio.
Aumenta così il tasso di mortalità evitabile, legato agli stili di vita, ai fattori di inquinamento ambientale, ad un sistema sanitario adeguato ed efficace.
Tutto ciò impatta profondamente sulla c.d. “povertà della salute”.
In Campania, a causa delle problematiche economiche descritte, negli over 65 si registra ad esempio una riduzione della spesa per i consumi alimentari. Secondo lo studio “Nutrage” del CNR di Padova del 2021 e secondo un’Indagine del Ministero della Salute, nell’alimentazione degli anziani mancano all’appello più di 300 calorie giornaliere (soprattutto proteine di carne e pesce), con un indice di malnutrizione (per diminuita assunzione di nutrienti) che nelle case di riposo – e in generale nell’istituzionalizzazione – oscilla tra il 25% e il 60 %! In RSA la malnutrizione è una condizione talvolta estremamente frequente: la letteratura riporta percentuali comprese tra il 6,5% e l’85%, con una mortalità a 14 mesi del 63%, rispetto al 9% nel normonutrito.
Per non parlare dell’igiene, delle cure mediche e infermieristiche previste per legge ma assolutamente disattese in tante strutture fatiscenti per anziani, peraltro in rapida crescita nelle periferie napoletane!
Ne derivano – secondo i dati ISTAT – pesanti ripercussioni sulla salute: in Campania un quarto degli anziani è in cattivo stato di salute, e a Napoli la speranza di vita è inferiore di due anni rispetto al dato nazionale (79,4 anni negli uomini ed 83,6 per le donne), e di circa 3 anni rispetto a Milano. E sembra che la divaricazione si vada accentuando.
L’altro importante capitolo – relativo a povertà, fragilità e disabilità – vede in Campania due over 65 su dieci in condizione di non autosufficienza, (il doppio di quanto succede al nord), e uno su quattro in condizioni di fragilità (Dati Osservatorio Passi d’argento – Istituto Superiore di Sanità): parliamo per il 2026 di 300.00 persone, con un aumento del 68,4% rispetto ai dati del 2010. A fronte di questa situazione, la rete di servizi per la terza età a Napoli appare del tutto insufficiente: se l’assistenza domiciliare integrata (ADI) raggiungeva nel 2018 meno del 2% degli ultraottantenni, nei mesi dalla pandemia fino ad oggi si è registrato un ulteriore calo delle prestazioni. In generale al sud più che al nord, l’assistenza alla persona fragile o disabile – al di là di un sostegno economico come la pensione di accompagnamento – è purtroppo totalmente nelle mani della famiglia, che provvede direttamente o con l’aiuto saltuario di vicinato o di provvidenziali badanti.
C’è quindi bisogno di tanto aiuto: secondo il “Rapporto Caritas su povertà ed esclusione sociale in Italia 2024”, l’incidenza degli anziani che chiedono aiuto in Campania tocca la quota del 18,1% (contro il 10,8% del Nord-Est)
Ma c’è un altro insidiosissimo aspetto della povertà degli anziani partenopei: la solitudine.
Analogamente al resto d’Italia – dove ben il 40% delle persone over 74 vive da sola contro il 50% accolto presso ospizi, case di riposo per adulti e inabili al lavoro (dati ISTAT 2023) – anche nel contesto metropolitano di Napoli emerge infatti la nuova, massiccia e silenziosa emergenza di tanti ultrasettantaquattrenni che vivono soli.
A Napoli molti di loro vivono isolati in anonimi alloggi popolari, con importi pensionistici modesti, spesso insufficienti a far fronte alle spese di affitto e dei consumi, determinando un’incidenza notevolmente aumentata dell’indice di povertà relativa (dal 7,9% al 13,7%) rispetto a chi vive in famiglia. Maria, vedova 89enne vive da sola – i suoi due figli vivono fuori Napoli – al Rione Sanità, tra palazzi antichi e spesso degradati, barriere architettoniche e tanta povertà: la sua casa è un “basso” fatiscente, con la porta d’ingresso di legno rotta; una finestra priva di vetro e chiusa con la plastica. Maria, che dentro casa si è rotta due volte il femore a causa del pavimento sconnesso, dice: “Chi come me ha una pensione sociale di 534 euro e ne paga 300 di affitto (e i “bassi” costano di meno di altre tipologie abitative!”), ha poi solo 200 euro per comprare le medicine e i beni di prima necessità, oltre a pagare le bollette. Per poter mangiare e comprare le medicine – ammette con vergogna – sono costretta a fare debiti. A volte la scelta è: mangiare o comprare le medicine”. Nel 2021 soprattutto nel Mezzogiorno, l’incidenza della povertà relativa per le persone anziane sole come Maria, è in crescita dal 7,9% al 13,7%. Insomma, un mix micidiale di povertà, malattia e soprattutto solitudine (forse la più grave forma di povertà): isolamento, carenza di relazione affettive e umane significative, secondo la più recente letteratura scientifica, aumentano significativamente il rischio di mortalità precoce “; oltre ad avere effetti negativi sulla salute fisica, su quella mentale e sui comportamenti a rischio.
A Napoli l’essere anziani con scarse risorse economiche, in cattiva salute, ma soprattutto isolati, produce una grave forma di povertà finora poco esplorata: non avere la libertà di scegliere come, dove e con chi vivere la stagione della vecchiaia. Si tratta di una silenziosa emergenza sociale, che chiede risposte incisive e innovative, nella prospettiva di un superamento del sistema delle residenze per anziani, privilegiando la domiciliarità degli interventi (ADI, cohousing, reti di vicinato). Recentemente la Commissione per la Riforma dell’Assistenza Sanitaria e Sociosanitaria per la popolazione anziana, ha scelto con determinazione di intercettare la domanda economica e sociale di questo “popolo” di anziani spesso soli – e in particolare al Sud con scarse disponibilità economiche e senza aiuto – traducendola in un’offerta di servizi di sostegno, prioritariamente presso l’abitazione e sul territorio. E di sostenerli in tutti i modi nelle loro abitazioni, anche attraverso un robusto supporto sociale ed economico, consentendo di rispondere ai loro effettivi bisogni, a garanzia del diritto all’assistenza. In tal senso anche a Napoli e in Campania fortunatamente negli ultimi anni si stanno sviluppando servizi innovativi per il contrasto dell’isolamento sociale, come il Programma Viva gli Anziani!” della Comunità di Sant’Egidio, che attraverso la creazione di reti, che si collocano accanto alle risposte tradizionali (assistenza domiciliare, servizi residenziali, etc.) e raggiungono ampie coorti di popolazione esposta a rischi.
Recentemente il Presidente della Commissione per la Riforma dell’Assistenza Sanitaria e Sociosanitaria per la popolazione anziana, Mons. Paglia, ha sottolineato: “E’ però indispensabile una nuova cultura verso la popolazione anziana, un cambio di paradigma che valorizzi tutte le persone anziane”. Questo è tanto più vero in un contesto socioculturale “meridionale” che si percepisce ancora giovane, mentre invece la popolazione anziana cresce vorticosamente e chiede – silenziosamente ma urgentemente – di starle vicina, sostenerla e aiutarla, peraltro ricambiando in affetto, amicizia e senso della vita.
Lo squarcio profondo di sofferenze causato dal drammatico mix povertà-cattiva salute-solitudine degli anziani napoletani e campani, può essere rammendato non con gli attuali interventi – sporadici, personalistici ed emergenziali – ma solo attraverso una cultura di rete, da costruire con il concorso coordinato di tutte le energie e risorse disponibili, alleate per dare risposte politiche e sociali efficaci. Come ad esempio l’assistenza domiciliare, che da una parte consente agli anziani di restare a casa propria (magari con qualcuno che li aiuti), ma che dall’altra – in modo virtuoso – fa anche risparmiare denaro alla struttura pubblica che evita ricoveri impropri.
La spirale povertà – malattia – isolamento può essere interrotta solo da un “noi” che veda partecipi e coinvolte in modo condiviso le istituzioni centrali e territoriali, tutte le agenzie sociali, gli operatori della salute, il volontariato, i comuni cittadini.
A Napoli e al sud è possibile vincere la sfida alle varie forme di povertà della terza e quarta età, ma solo con risposte “di sistema”. Si può e si deve: un nuovo popolo di anziani lo aspetta.

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