di Ciro Esposito

Il 30 gennaio scorso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha accolto il ricorso presentato da Cannavacciuolo e altri contro la Repubblica italiana, condannandola “per non aver adottato misure appropriate e sufficienti per proteggere la vita dei ricorrenti in aree interessate da un fenomeno di inquinamento su larga scala derivante da scarichi illegali, interramenti e/o inquinamenti incontrollati” (La sentenza completa qui: https://hudoc.echr.coe.int/eng#{%22itemid%22:[%22001-241395%22]}).
Giunge così finalmente a conclusione una vicenda giudiziaria avviata dai ricorrenti nel 2017, ma in realtà cominciata nel lontano 1993, l’anno in cui risale la prima circostanziata denuncia della Legambiente e passata attraverso una lunga mobilitazione che ha coinvolto la cittadinanza delle aree interessate (60 comuni tra la provincia settentrionale di Napoli e la provincia sud-occidentale di Caserta, 2900000 abitanti, il 52% dell’intera regione Campania).
In sintesi, la Corte di Strasburgo ha rilevato che:
– Esiste un rischio “reale e immediato” per la vita di circa tre milioni di cittadini della Campania;
– Lo Stato italiano aveva evidenze gravissime della degradazione ambientale e non è intervenuto né per contenere il fenomeno dello smaltimento illegale dei rifiuti tossici né per mettere in sicurezza le aree inquinate né per garantire la sicurezza sanitaria dei residenti;
– L’Italia ha fallito anche nell’informare in maniera sistematica e tempestiva i residenti riguardo ai rischi per la propria salute.
Si tratta di una sentenza storica perché per la prima volta la Corte ha stabilito che l’inadempienza dello Stato davanti a una crisi ambientale diffusa viola il diritto alla vita; è sentenza storica, inoltre, perché dice parole chiare su vent’anni di omissioni e silenzi dello Stato italiano, condannandolo per non aver voluto affrontare un’emergenza ambientale e una crisi sanitaria che sono tuttora in corso.
Chi scrive ricorda le manifestazioni e i cortei cui ha partecipato tra Napoli nord e l’agro-aversano tra il 2012 e il 2014 con migliaia di persone ignorate dalla stampa nazionale. Cortei ad Aversa, Giugliano, Acerra, Casal di Principe si tenevano ogni settimana. In cinquantamila sfilammo da Aversa a Giugliano il 4 ottobre 2013, sono numeri da corteo nazionale, eppure la notizia non superò le pagine della cronaca provinciale.
Quelle manifestazioni, promosse e organizzate dalla rete “Stop Biocidio”, che giunse a coordinare circa cento tra associazioni e comitati di cittadini, sfociarono in “Un fiume in piena”, il corteo che il 20 novembre 2013 vide sfilare in una Napoli sotto la pioggia battente, oltre centomila persone.
Da quella mobilitazione si ottennero la legge 6/2014, molto timida e parziale, che introdusse i reati di combustione illecita e di abbandono illecito dei rifiuti e la legge 68/2015, che finalmente inserì nel codice penale i delitti contro l’ambiente, dall’inquinamento e disastro ambientale al traffico di materiale ad alta radioattività, dall’omessa bonifica all’impedimento del controllo.
Tramontò definitivamente l’incubo del secondo inceneritore a Napoli nord, che si sarebbe dovuto costruire lì dove erano depositate sei milioni di cosiddette ecoballe che in realtà erano rifiuti assemblati alla bell’e meglio. Affiancato al mega-inceneritore di Acerra, il più grande d’Europa e inaugurato con una tecnologia già obsoleta, il nuovo mostro ambientale avrebbe sancito la destinazione dell’intera area a distretto dei rifiuti e in definitiva a distretto della camorra, che già controllava smaltimento lecito e illecito dei rifiuti nelle proprie discariche legali e illegali.
La rimozione delle ecoballe – ancora in corso – si deve anch’essa a quella mobilitazione civile e popolare.
La Chiesa fu l’unica istituzione al fianco delle popolazioni, attraverso l’impegno dei vescovi, in primis di MonsignorAngelo Spinillo di Aversa, e dei parroci. Don Maurizio Patriciello, che diventò il volto principale della protesta, nel commentare la sentenza della Corte di Strasburgo su “Famiglia Cristiana” ricorda le collusioni e le complicità che sostenevano i trafficanti di rifiuti tossici: non solo “gli industriali disonesti che facevano affari con la camorra”, ma anche “la politica che dovrebbe tenere a cuore la salute e il benessere dei cittadini” e che invece “ha fatto finta di non vedere e non sentire”, mentre “io, i volontari e le associazioni siamo stati ridicolizzati quando invece cercavamo soltanto di dare una mano”. (https://www.famigliacristiana.it/articolo/terra-dei-fuochi-la-sentenza-della-corte-europea-don-maurizio-patriciello-siamo-stati-calunniati-per-anni-ora-nessuno-potra-negare-lo-scempio-qui-si-continua-a-morire.aspx).
Don Patriciello parla di ridicolizzazione, e in effetti il mondo della politica e dell’informazione risposero alla mobilitazione popolare nella “Terra dei Fuochi” con gli atteggiamenti tipici del pregiudizio e dello stereotipo: minimizzazione dell’allarme (i dati medici sarebbero soggetti a interpretazioni differenti); sottovalutazione delle manifestazioni (la voce della protesta presentata come un lamento) fino al sospetto che le mobilitazioni avessero lo scopo di ottenere un indebito risarcimento e per questo motivo si esagerasse la gravità dell’inquinamento. Il rifiuto, poi, degli inceneritori, veniva presentato come la tipica reazione irrazionale di una popolazione poco civile che oltretutto “non sapeva fare la raccolta differenziata”.
Nel 2014, a protesta in corso, l’area considerata a rischio ambientale venne circoscritta al solo 2% (64 ettari) di tutto il territorio della “Terra dei Fuochi”. Contestualmente, la Ministra della Saluta Beatrice Lorenzin quasi provocatoriamente giunse a negare la correlazione tra aumento dei tumori e disastro ambientale nell’agro-aversano e nella provincia nord di Napoli, dichiarando che in Campania occorreva “una grande prevenzione negli stili di vita”, ricordando ai cittadini della regione che “le cattive abitudini legate al cibo, al fumo e all’abuso di alcol sono le prime cause dei tumori” (https://www.youtube.com/watch?v=BrYYd82DCkI)
Sempre in piena mobilitazione, Massimo Scalia, esponente storico di Legambiente e dei Verdi , Presidente della Commissione Parlamentare sul Ciclo dei Rifiuti a partire dal 1997, sorprendentemente dichiarava:

C’è stato troppo silenzio da parte degli abitanti della terra dei fuochi. Il governo si è comportato malissimo e la camorra ha combinato macelli ma per troppo tempo, per lentezza morale e sociale sono stati lasciati soli coloro che, invece, come Legambiente, denunciavano a gran voce quel che stava accadendo”. (https://www.huffingtonpost.it/archivio/2013/11/04/news/terra_dei_fuochi_massimo_scalia_sui_rifiuti_tossici_i_cittadini_campani_hanno_dormito_-7149287/)

Sebbene non detto esplicitamente, ma quasi, i cittadini che subivano le conseguenze degli sversamenti tossici nel proprio territorio erano corresponsabili di quel che gli accadeva, questa volta non per interesse, ma per “lentezza morale e sociale”, uno schema sempre valido quando si tratta di eludere i problemi drammatici del Sud Italia: chi è causa del suo mal…
Intanto, le istituzioni, compresa la Commissione presieduta dallo stesso Massimo Scalia le aiutavano a mantenersi nel torpore, non chiedendo, ad esempio, la desecretazione delle audizioni del pentito di camorra Carmine Schiavone, che lungamente aveva parlato delle infiltrazioni del clan dei Casalesi nei consorzi che trattavano i rifiuti.
Dalle parole di Schiavone e dalle indagini della Magistratura emergeva un patto, un connubio tra imprenditori criminali, clan camorristici, funzionari corrotti e protettori politici che dialogavano tra loro alla pari per salvaguardare ciascuno il proprio interesse, avvalendosi per tale scopo anche della complicità di una parte della stampa locale. Questi soggetti esercitavano un fortissimo potere intimidatorio con cui avevano isolato i primi promotori delle denunce ambientali, che risalivano addirittura alla metà degli anni Ottanta.
Ora, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo impone allo Stato italiano di mettere in sicurezza e decontaminare le zone inquinate della Campania, ed entra nei dettagli: dovrà ripartire le responsabilità tra i livelli nazionale, regionale e locale; istituire dei meccanismi di controllo attraverso cui supervisionare il processo; includere comitati e associazioni ambientaliste; costituire una piattaforma di informazione pubblica che rensa chiaro quali siano le azioni intraprese, il loro svolgimento, la loro conduzione.
Il primo firmatario del ricorso, Alessandro Cannavacciuolo, a nome dei ricorrenti, ha dichiarato: “Adesso ci aspettiamo che si passi dalle chiacchiere ai fatti. Abbiamo bisogno di azioni mirate, di bonifiche, di leggi dello Stato che vengano finalmente applicate”(https://lavialibera.it/it-schede-2164-terra_dei_fuochi_l_europa_condanna_l_italia_che_pensa_gia_a_fare_ricorso).
Per tutta risposta, il Ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, dopo aver ammesso che “quanto fatto sulla Terra dei fuochi non è sufficiente”, fa sapere che lo Stato italiano potrebbe ricorrere contro la sentenza.

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