di Salvatore Lucchese
Dalla sua sponda atlantica, in cui credeva ciecamente e supinamente, si sta per abbattere sull’Europa lo Tsunami Trump con la sue minacce di guerra commerciale e le sue pressanti e continue richieste agli stessi “coloni” europei di investire più soldi sulla loro difesa: il 5% dei loro Pil nazionali.
Sulle possibili conseguenze sul Sud Italia di una probabile guerra commerciale tra USA ed Europa si è già soffermato sulle pagine di questa rivista Giuliano Laccetti nell’articolo, I “dazi amari” di Trump mettono in ginocchio il Mezzogiorno.
Proviamo ora a riflettere su quelle che potrebbero essere le possibili conseguenze sul Mezzogiorno di un aumento della spesa militare italiana dall’attuale 1,49% al 5% del suo Pil. Come a questo proposito ha osservato la Pagina Facebook “Terza Guerra Mondiale”:
Per raggiungere il 5%, gli stati europei dovrebbero considerare tagli significativi in altri settori del bilancio nazionale. Alcuni dei settori che potrebbero essere colpiti includono:
Sanità – Ridurre i finanziamenti per i servizi sanitari pubblici potrebbe essere una delle opzioni, anche se impopolare e potenzialmente dannosa per la popolazione.
Istruzione – Tagliare i fondi destinati all’istruzione e alla ricerca potrebbe liberare risorse, ma potrebbe anche compromettere il futuro sviluppo economico e sociale.
Welfare – Ridurre le spese per il welfare e i programmi di assistenza sociale potrebbe essere un’altra opzione, ma potrebbe aumentare le disuguaglianze e la povertà.
Infrastrutture – Posticipare o ridurre gli investimenti in infrastrutture potrebbe liberare risorse a breve termine, ma potrebbe avere effetti negativi a lungo termine sulla crescita economica.
Ebbene, date queste premesse, se l’Italia vista da Sud ha bisogno di investire più risorse e di investirle in modo equo sia a livello sociale che territoriale per scuola, trasporti, salute, infrastrutture materiali ed immateriali, l’economia di guerra va nella direzione diametralmente opposta: tagli, tagli, tagli.
La qualcosa, in Italia, potrebbe alimentare ancora di più le attuali spinte centrifughe del “Grande Nord”, a discapito di quella che tradizionalmente viene considerata la sua “palla al piede”, il Sud, tramite l’attuazione del regionalismo predatorio e discriminatorio, che istituzionalizzerebbe in via definitiva la storica condizione subalterna del Mezzogiorno come colonia estrattiva interna di risorse economiche ed oggi soprattutto umane.
La qualcosa, a sua volta, potrebbe determinare un’accelerazione dei processi di desertificazione industriale e spopolamento demografico del Sud in favore della sempre più bulimica ed onnivora locomotiva-Nord: la definitiva soluzione della questione meridionale per eutanasia indotta. Il classico colpo di grazia!
Ora, data la sua condizione di sviluppo ritardato che, all’opposto, necessita di politiche di crescita, perequazione e rafforzamento dello Stato sociale, il Sud, a partire dalle sue classi marginali ed in un’ottica di intersezionalità con le altre forme di diseguaglianza, si trova nella condizione oggettiva di doversi mobilitare per una politica di pace e di cooperazione internazionale e non per una politica di guerra. L’opposizione alla deriva bellicista può e deve partire da Sud.